“HO DISIMPARATO ORMAI IL LATINO”

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E TUTTO IL LAVORO DI OVIDIO “FINISCE NEL FUOCO”

15 LUGLIO 2014 – “Scrivo, e i libri che ho scritto consegno al fuoco: altro non rimane di quell’assiduo sforzo se non poca favilla”.

E’ amarissimo lo sfogo di Publio Ovidio Nasone dopo alcuni anni di relegazione nella terra dei Geti, alla foce del  Danubio sul Mar Nero, cioè nella attuale Romania. “Io vorrei non più scrivere dei versi, ma non posso e per questo il mio lavoro, tutto, va a finire nel fuoco”. Il “miracolo” che faceva sgorgare in versi ogni cosa volesse scrivere, si ritorce sullo stesso autore degli esametri immortali delle “Mutate forme”, perché la cadenza ritmica, la naturalezza della produzione (un paragone è possibile con la musica di Mozart, della quale si dice che venga alla luce con leggerezza) sono espressione di energie ancora forti, ma compresse dalla melanconia della distanza da Roma: “E ciò che a voi perviene del mio lavoro non è che una parte, alle fiamme strappata per caso o con l’inganno” per giungere alla conclusione della dodicesima elegia del quinto libro dei “Tristia”: “Ah se della mia Arte, che il suo maestro portò a inopinata rovina, anche di quella, avesse fatto cenere!”. Non è facile collocare in un contesto cronologico preciso questo messaggio trasmesso a Roma in risposta di un invito, giunto sicuramente da uno degli amici rimasto fedele, di “occupare nello studio il tempo delle lacrime perché in turpe abbandono non perisca il mio cuore”. Belle espressioni ha ancora il Vate, se considera virile non lasciarsi abbattere dalla sventura e non cedere psicologicamente. E’ ancora combattivo, forse implora ancora il perdono di Augusto e, quindi, l’elegia può collocarsi in un periodo precedente la morte dell’imperatore, giunta nell’agosto del 14 d.C.

Ovidio resiste anche al peggiore dei mali che potesse colpirlo: perdere il contatto con la sua lingua, con l’essenza più profonda del suo vivere e di quella che oggi chiameremmo la sua immagine. “Qui non c’è libro alcuno, non c’è orecchio disposto ad ascoltarmi, né delle mie parole c’è chi conosca il senso. Ovunque c’è barbarie, voci selvagge sono ovunque, e pieno del timore di suoni minacciosi è ogni luogo. E mi sembra di avere disimparato ormai il latino, infatti in getico e sarmatico ho imparato a parlare”. Dunque la punizione di Augusto è stata calibrata bene: doveva colpire l’anima stessa di Ovidio, il suo sentirsi il grande letterato della Roma vittoriosa e grandiosa. Egli che ha scritto le “Metamorfosi” e i “Fasti” della romanità, quasi dimentica la sua lingua e parla un idioma simile a quello dei barbari. Sembra di percepire in questo l’abisso nel quale egli si sente relegato: il buio più completo, nel quale scrive, sì, dei versi ancora, ma vuole che brucino insieme agli altri, vuole che non lascino traccia, proprio lui che aveva predetto di conservare memoria di sé fin quando si fosse parlato la lingua di Roma nel mondo. E davvero sarebbe difficile anche soltanto immaginare, per gli studiosi di oggi, un Ovidio che si esprimeva in sarmatico.

Accanto al titolo “La caduta di Fetonte”, il giovane che implorò il padre, il Sole, di fargli guidare il carro e ottenne di realizzare l’impresa che lo perse. E’ uno degli episodi più intensi delle “Metamorfosi” di Ovidio, quando il Sulmonese era lontano dai freddi lidi della relegazione e quello che pensava di scrivere usciva sotto forma di versi (v. “Gli elementi della natura nella poetica del Sulmonese“)