I GIORNALI CON NOMI E COGNOMI SONO RIDOTTI AD AVVOLGERE I CONFETTI, ORA C’E’ SPAZIO SOLO PER LE INIZIALI

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Fascino delle notizie accartocciate con lo zucchero nei caratteri cubitali e nel corpo 9

NON SEMPRE LA TECNOLOGIA STA DALLA PARTE DEL LETTORE: LE NOTTI DEI CRONISTI PRIMA DEGLI SMART-PHONE

21 FEBBRAIO 2018 – Come le vecchie cose andate, gradevoli nel loro fascino che non pretende attenzione e se la sa conquistare proprio perchè non s’impone  con i ritmi di una ruotine presente, i confetti accartocciati con i giornali fanno capolino tra i tavoli di un caffè sulla Piazza XX Settembre dove si leggevano tanti quotidiani con le notizie del giorno prima. Quelle cronache non avrebbero potuto competere con le pagine di uno “smart” di adesso e, per quanto eroici cronisti si struggessero fino all’una di notte per raccontare se l’accoltellato fosse deceduto all’ospedale o se i dispersi sulle piste di neve fossero stati ritrovati nella bufera, non arrivavano mai a collegarsi in diretta come fanno i siti online di adesso. I trasportatori dei pacchi profumati di piombo e inchiostro (qualcuno morì per la fretta, sul piano di Navelli o sull’A25 appena inaugurata) portavano sempre racconti che per quel “ritardo” appartenevano alla storia, sebbene aspirassero ad essere ancora cronaca.

C’era una volta

Successe una notte di un febbraio di tanti anni fa, del 1973, quando una coppia di sciatori baresi vagava nella montagna tormentosa dell’Aremogna dopo che la nebbia l’aveva dispersa alla chiusura degli impianti appena dopo il tramonto. Polizia e Carabinieri avevano fatto di tutto per trovarli prima che arrivassero le tenebre, le temperature polari e i lupi, ma l’ultima notizia che partì alle 23,30, quella che conquistava le nove colonne della prima pagina regionale, confermava il “lancio” delle ore 19: erano ancora dispersi.

I cronisti, chiuse le pagine, si ritrovarono nel palchetto della stampa al Teatro che si chiamava ancora semplicemente “Comunale” a guardare uno spettacolo di operetta (autentica ghiottoneria per pubblicisti attempati e goliardicamente tra loro coesi a giudicare le gambe del corpo di ballo), quando dal commissariato qualcuno spifferò che una traccia era stata trovata e forse avrebbe potuto portare ai due coniugi. I telefoni cellulari dovevano ancora aspettare 18 anni per vedere la luce e, quindi, qualcuno dovette distogliersi dalla “Vedova allegra” senza farsi notare dagli altri giornalisti,  mentre si dirigeva in redazione, per non mettere anche loro sulle… tracce.

Cinismo della concitazione

Ma nella notte buia e tempestosa il colpo di teatro più vero venne dal redattore di Roma (là si facevano i menabò e si componevano le pagine), che stava per dare il “si stampi” e, alla chiamata da Sulmona, rispose: “Nun me di’ che l’hanno trovati, chè me dai un dolore”.

Cinismo? Può darsi. Giusto sei mesi prima, al blitz di settembre nero nello stadio olimpico di Monaco, aveva fatto seguito una sparatoria con l’uccisione di vari atleti e ostaggi; e alle otto della mattina seguente alle edicole campeggiava il titolo “Liberati gli ostaggi”, perchè il “si stampi” era già partito ed era travolgente. Piccole e grandi distonie; veri e propri anacronismi della troppo lunga parentesi tra la nascita della notizia e la sua presentazione al lettore che anche il sacrificio degli autisti non riusciva ad accorciare; ora non c’è più un distacco e, mentre ancora non cessa la sirena dei pompieri lungo il Corso, si legge il primo flash sullo smart-phone, con le iniziali del padrone della casa incendiata o del ciclista travolto sulla variante. Ma quanti passi indietro nella sostanza: solo le iniziali dei personaggi, talvolta neanche quelle. A scartocciare quei confetti ricoperti di titoli cubitali e caratteri corpo 9 si leggono, invece, nomi e cognomi, nudi e crudi, come la verità e come un giornalismo vero pretenderebbero, perchè non c’è infamia ad essere raccontati come i protagonisti del grande teatro della vita che non sta racchiuso nell’operetta di una sera.