IL CORAGGIO E L’ESEMPIO: UN EROE DALLA LETTERATURA SALE SUL PALCO DELLA STORIA

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LUCIANO CANFORA ESAMINA LA SCELTA DI OVIDIO NELL’ESALTARE LA POETICA DI LUCREZIO SENZA CURARSI DELLE IMPOSIZIONI IMPERIALI – ED E’ QUANTO LO RENDE IMMORTALE, AL DI LA’ DELLA RELEGAZIONE – SPUNTI DI RIFLESSIONE NELL’EPOCA DEGLI IMBIANCHINI E DEI TROGLODITI SPECULATORI DI BORSA ASSURTI A DOMINATORI DEL MONDO

21 GIUGNO 2025 – E’ ancora il vessillo di chi va, se necessario e senza timore, controcorrente, per le vie della conoscenza. E’ ancora il carattere che guida alla scoperta del non-organico al potere. A questo ambiva, anche se gli è costato più di ogni cosa: l’abbandono del mondo che lo aveva cresciuto e nel quale si muoveva con padronanza di stile e con gioia quotidiana.

Publio Ovidio Nasone colleziona attestati di grandezza, anche duemila anni dopo essersi spento ai confini dell’Impero ed aver implorato il perdono perché era pur sempre un essere umano immerso nella desolazione e nella solitudine.

Una medaglia gli viene ancora, tra le più grandi, quando si parla di Lucrezio e della sua non-organica celebrazione della natura: della sua materialistica celebrazione della natura, in direzione ostinata e contraria rispetto ai disegni, ormai quasi teocratici, del dominatore assoluto del mondo. Luciano Canfora, che aveva avanzato un’articolata ipotesi sui motivi della relegazione del Sulmonese, ne parla con la crudezza che amplifica i risultati dell’indagine, in un capitolo di “Noi e gli antichi”, inquadrato nella collana “La vita degli antichi” diretta da Eva Cantarella per i tipi del Corriere della Sera e di “RCSMedia Group”. “Come si salvò un capitolo della filosofia greca” si interroga l’Emerito dell’Università di Bari dalla pag. 71 della sua monografia. E nomina Lucrezio: “Misteriosa figura, gravitante, forse, nella Roma del I secolo a.C., intorno alla cerchia di Cicerone e del suo amico Attico. Un poeta, dunque, non un trattatista. Un poeta, che deve alla forza della sua creazione artistica la sua salvezza. Virgilio, Properzio, Ovidio, Orazio lo lessero a fondo. Solo Ovidio osò esaltarne esplicitamente il nome. Il re visigoto Sisebut e il dotto cristiano Isidoro di Siviglia lo studiarono e lo imitarono. Giunse così al Medioevo, e per un felice caso due manoscritti di età carolingia che racchiudevano il suo testo si salvarono, e proliferarono. Lucrezio ce la fece, nella lotta contro il naufragio degli antichi non amati dal nuovo “pensiero unico”, perché maestro di poesia esametrica e per il denso contenuto scientifico di tante sue pagine”.

Canfora torna più avanti a sottolineare la singolare figura di Ovidio quando approfondisce le connessioni tra il mondo greco e quello romano: “Il mondo romano, che fu teatro di un lungo processo sincretistico rispetto alla religione greca, appare a noi, rispetto all’antica Grecia, come un mondo già moderno. A Roma, i differenti tipi di reazione cui si è accennato sono tutti compresenti: dallo scetticismo, allo sforzo di conciliare religione e filosofia, praticando la duplicità di piani tra pubblico e privato, tra colti e popolo. Una doppiezza di cui Cicerone fu esempio insigne. Alla fine, quell’immenso mitologico-sincretistico divenne soprattutto materia di poesia dotta e raffinata o anche un serbatoio di curiosità erudite. Un’immensa materia poetica che non richiedeva necessariamente un alto tasso di fede, né da parte di chi scriveva né in chi leggeva. E’ il caso del più grande monumento epico-mitologico della romanità, le Metamorfosi di Ovidio, opera del poeta che più di ogni altro esaltò, al tempo della bigotta restaurazione augustea, la grandezza dell’insegnamento fisico-scientifico lucreziano, cioè, del poeta materialista per eccellenza. La distanza tra la Teogonia di Esiodo e le Metamorfosi di Ovidio è forse l’indicatore più significativo della trasformazione intellettuale e religiosa intervenuta in quasi un millennio di storia e di storia della religiosità”.

“Sublime” Ovidio definisce Lucrezio negli “Amores”, quando anticipa la predizione, con la quale chiude le “Metamorfosi”, del destino di un poeta che potrà essere dimenticato quando la sua stessa lingua non si parlerà nel mondo intero; o quando, come per Lucrezio, “tutta la terra sarà distrutta“.

E qualcuno, ancora pensa che il Sulmonese fu relegato per i suoi… versi licenziosi? E’ il suo pensiero, è la sua testimonianza, che furono relegati sul Ponto. La sua gloria, ancora oggi, lo sostiene sulla Terra perché seppe con fermezza escludere che la Cultura, la Scienza, la Storia possa scriverle il Principe, fosse anche il più grande dei Principi della Storia. Esempio e faro anche per epoche nelle quali non sono grandi Principi ad animare l’orizzonte delle grandi decisioni, come nel XX secolo è accaduto per un rozzo imbianchino austriaco ed oggi accade per un rozzo speculatore di Borsa che all’imbianchino che è sempre nell’Uomo intende ispirarsi, secondo il fascino che l’austriaco esercitò ed esercita ancora fra gli americani.

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