Il pessimismo di Jeremy

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Racconto circolare quello di Achille Splendore ambientato al Liceo di Sulmona. L’ultima pagina tratteggia l’isolamento e l’originalità di un allievo davanti al professore, nel giorno di inizio d’anno, come la prima aveva descritto la scontrosità del compagno di classe del professore, tanti anni prima.

Ma “Jeremy ha parlato in classe oggi” è un percorso nel mondo impegnativo della fine dell’adolescenza, resa ancora più difficile dall’aria di una cittadina meno che di provincia, che rende disperato il tentativo dei ragazzi silenziosi di ritagliarsi un proprio mondo. Verso la fine del racconto Jeremy si esprime, ma non lo fa proprio parlando: lo fa con violenza, rompendo il sistema, rompendo gli affetti, compreso quello autentico di un compagno di classe. Quel rapporto, più forte della stessa relazione con i genitori, rimarrà a sorvolare la storia dei due. Jeremy, in realtà, potrebbe diventare il protagonista di una storia da sgranocchiare di sera nelle molte trasmissioni che in televisione sono fiorite sugli scomparsi; ma manda dei messaggi, a distanza di anni, al suo ex compagno, con il quale non è riuscito a cambiare nulla di quell’ambiente opprimente e che, peraltro, non è mai stato il bersaglio delle sue frustrazioni.

Belle le riflessioni sull’isolamento quasi necessitato, che è, in fondo, la descrizione della solitudine atavica di  alcuni ragazzi: “O eri nel branco e ne seguivi le regole che ti venivano dettate dalla massa, oppure dovevi aver la forza e aver voglia di crearti un tuo spazio. Jeremy rifiutava tutte e due queste prospettive; andava per la sua strada, infastidito da tutto ciò che gli pareva estraneo, senza però crearsi una dimensione riconoscibile”. L’amico di Jeremy, quello che sarà il professore curioso della diversità del ragazzo appena entrato a scuola, aveva un altro approccio, che esplicita tutto durante uno degli sconclusionati incontri all’eremo, quello che il lettore può individuare sul costone del Morrone: “Frate’, io non ho mai escluso di condividere pensieri in linea con quella moltitudine di persone. E non nego che a volte mi piace anche essere parte integrante, semplicemente prendo ciò che mi piace e rigetto ciò che non mi interessa, interagisco e reagisco. Non mi nascondo. Ho solo  tanta voglia di nutrirmi  di esperienze, visitare luoghi diversi, conoscere quante più persone e provare emozioni vere”. Le poche parole che pronuncerà Jeremy al di fuori dell’amicizia con il suo compagno sono, invece, permeate di condanna, come possono venire da chi lancia una accusa al mondo nel quale non si è riconosciuto: “Ho pena di chi ride senza sentire gioia, di chi assiste al passare del tempo senza vivere, di chi giudica senza essersi prima guardato dentro”.

Non è, peraltro, una adesione totale quella che il futuro professore dà alla scelta finale dell’amico delle prime meditazioni: condanna il gesto di violenza per quello che è e per quello che impedisce di fare ancora, di provare, insomma di vivere. Resta attonito dal sospetto di intenzioni suicide di un carattere così introverso e per questo, al di là del dolore di non rivedere più una persona così intensa, coglie la gioia di saperlo ancora vivo in un altro angola del mondo e di rivederne i tratti proprio su quei banchi del liceo. Consolazione parziale, ma di più dal nichilismo non si può attendere.