DALLA LETTURA DEI TRISTIA SI DELINEA UN OVIDIO CHE SVOLGE UNA ARRINGA A SUA FAVORE CON IL SOSTEGNO DI UNA LOGICA FERREA
3 MARZO 2022 – Il tema centrale della morale e della forza invincibile dell’etica giganteggia nelle riflessioni di Publio Ovidio Nasone quando tenta una difesa di se stesso contro l’accusa di aver corrotto gli animi e le condotte delle giovani donne romane; di aver, con il “carmen” che fu compagno dell’”error”, meritato la relegazione a Tomi. Giganteggia perché Ovidio propone argomenti che sono ferrei sotto il profilo della logica. Egli sviluppa una arringa per se stesso che è un ragionamento di filosofia. E’ un manifesto contro l’ipocrisia quello che si legge nel secondo libro dei “Tristia”. Ovidio sostiene che non sono i versi, i giochi, i luoghi a corrompere le menti; ma è la condizione pervertita della mente un “prius”:
“Se la mente è perversa non c’è luogo che non possa corromperla /
e tuttavia quei luoghi restano al loro posto”.
E questa è la conclusione, che è preceduta, didascalicamente, da vari esempi, tutti presi dai miti indiscussi della sua epoca:
“Ammettiamolo dunque, anche i giochi diffondono dei germi
di corruzione: ordina di chiudere i teatri,
che a molti hanno fornito assai spesso occasioni di peccato,
Si sopprima anche il Circo: pericolosa licenza c’è in quello:
vi siede una ragazza, presso uno sconosciuto.
E poi, se qui si aggirano donne che vanno incontro ai loro amanti,
come mai ogni portico rimane aperto? E quale
luogo mai è più sacro dei templi? Non dovrebbe entrarvi
quella che per natura al peccato è incline.
Quando sarà nel tempio di Giove penserà a tutte le donne
che in tale sede il dio ha reso madri e a quella
che nel tempio vicino adorerà Giunone verrà in mente
quanto la dea soffrisse delle molte rivali”.
Questo passo delle “Tristezze” non ha il tenore di una supplica, una delle tante scritte dal Ponto Eusino per invocare il ritorno a Roma. Ha il sapore di un atto di accusa per i molti compromessi che la aspirazione morale di Augusto doveva incontrare quando proprio l’Imperatore intraprendeva la strada delle punizioni irrevocabili, delle relegazioni e degli esili. Sempre che questo sia stato il vero motivo della relegazione di Ovidio; e sappiamo quanti punti interrogativi, al riguardo, hanno costellato gli ultimi duemila anni.
Si è mai letto un intellettuale dei giorni nostri che si rivolga (non più al Principe, ma) ad un ministro della cultura, ad un capo di un governo pur modesto di una repubblichetta, ad un sindaco, per riottenere il bene incondizionabile della libertà di muoversi? Ovidio tratteggia un panorama di palesi violazioni della logica, seppure certamente il suo intento finale non sia la denuncia, ma la semplice rimozione del decreto che lo ha relegato tra i freddi confini dell’Impero, costantemente violati dai barbari nelle loro scorribande.
“Spesso una donna onesta dal sopracciglio severo vede
altre che nude stanno a ogni tipo di amore,
e occhi di Vestale scorgono corpi di meretrici
il cui padrone certo non fu per questo punito”
E allora a questo punto non può considerarsi dissoluta la musa di Ovidio solo “perché il mio libro induce ciascuno ad amare”.
Al di là di ogni ipocrisia, Ovidio oppone ad Augusto il suo esempio di vita:
“Ma io non insegnai furtivi amori alle donne sposate
né alcuno può insegnare quello che non conosce.
Fu così che io feci dei versi voluttuosi e allusivi,
ma intatto fu il mio nome da alcuna diceria.
Né c’è marito alcuno pur se di basso ceto, che per colpa
dei miei vizi dubbioso sia di essere padre.
Credimi, i miei costumi sono distanti dalla mia poesia
(volubile è la Musa, ma la mia vita è pura)
E nell’opera mia grande parte ha finzione e invenzione:
più libertà c’è in quella che non nel suo autore”
Oggi nei Paesi di tradizione anglosassone, dove i giudici portano ancora i parrucconi, dire a un giudice che non si comporta equamente o che addirittura compie parzialità significa rispondere di oltraggio alla Corte. E in qualche Corte dell’Italia di oggi molti fanno sfoggio di aggettivazioni encomiastiche nei confronti dei giudici. Ma Ovidio insorge proprio in questo senso e con questo coraggio:
“Dopotutto non io, non io soltanto parlai d’amore,
ma io solo punito fui per averne scritto”
E subito dopo il Sulmonese accenna al favore di tutta la letteratura classica nei confronti di Saffo di Lesbo che insegnò “ad amare le fanciulle”, ma non fu accusata, come non fu accusato Anacreonte d Teo; e “La commedia incantevole di Menandro non è priva di amore/ egli peraltro è letto da ragazzi e ragazze”
“E l’Iliade, anche quella, cos’è se non la storia di un’adultera
Per cui ci fu una guerra tra l’amante e il marito?”
“E l’Odissea cos’altro è se non una donna per amore
da molti proci chiesta quando il marito è assente?”
Del resto, Omero racconta di Venere e Marte incatenati da Vulcano che scopre la sua consorte in flagrante adulterio e
“Da dove se non dalla testimonianza del grande Omero
Sapremmo di due dèe per un ospite ardenti?” (Calipso e Circe)
“Che altro c’è nell’Ippolito se non amore cieco di matrigna?
E rinomata è Canace perché amò suo fratello.
Come? Non fu l’eburneo Tantalide a rapire la Pisea
sul carro di Cupido tra i cavalli di Frigia?
E fu solo il dolore di amore offeso che indusse una madre
a tingere la spada nel sangue dei suoi figli” (Medea)
“Fu un amore a mutare in uccelli un re e la sua amante
e una madre che il suo Iti ancora piange.
Se l’infame fratello Europa non amava non avremmo
letto di come il sole volse indietro i cavalli,
né l’empia Scilla avrebbe toccato i tragici coturni senza
strappare, per amore, il capello del padre.
Tu che leggi di Elettra e di Oreste che perse il senno,
leggi della Tindaride e di Egisto il delitto.
Che dire del severo uccisore della Chimera, quello
Che infida donna accolse e quasi mandò a morte?
E che dirò di Ermione, di te, scheneia vergine e di te,
profetessa amata dal duce miceneo?
Che di Danae e dlela di lei nuora, di Lieo e di Emone
Che di Pelia, di Teseo o di colui che primo tra i Pelasgi
toccò con la sua nave la terra iliaca? Aggiungivi
Iole, madre di Pirro, aggiungivi di Ercole la moglie
e aggiungi ancora Ila e il troiano ragazzo”.
Una galleria di esempi “immorali” è quella che Ovidio ha così attraversato nella mitologia che fondava l’Impero di Augusto:
“Mi mancherebbe il tempo se gli amori dei tragici inseguissi
e il mio libro ne accoglierebbe appena i nomi”.
Intanto, per altre centinaia di versi in questa elegia Ovidio intrattiene Augusto (o spera che Augusto si intrattenga) sugli esempi di grandi personaggi, pur venerati dalla morale comune; oppure su quello che altri poeti della sua età e sotto lo stesso Impero hanno scritto cose lascive. Lui ha scritto le Metamorfosi che delle generazioni latine e del Cesare onnipotente hanno celebrato i fasti e ha scritto i Fasti che esaltano la storia di Roma:
“E questo mio lavoro, compiuto, Cesare nel tuo nome
E a te dedicato, la mia sorte interruppe”
e, quanto alle Metamorfosi, manca “l’ultima mano” “a questa impresa / dei corpi che si mutano in rinnovate forme / e semmai tu stornassi per un poco l’anima tua dall’ira / e a te stesso se hai tempo imponessi di leggerne / qualcosa, lì da dove muovendo dall’origine del mondo / l’opera mia condussi fino al tuo tempo, Cesare!”
E’ un colloquio quasi tra pari, quello che introduce Ovidio, che non solo metaforicamente dava del tu all’Imperatore. Gli dice come convenga che i Fasti siano completati e le Metamorfosi limate. Conviene a Roma non meno che a lui. E questo rivolgersi con virile dignità al Principe deve essere stato un grande argomento contrario alla revisione dell’editto che lo confinò a Tomi.
Nell’immagine del titolo: “La verità svelata dal tempo” (Lemoyne, 1735, in Le metamorfosi illustrate dalla pittura barocca, 2003, che, trascorso il Bimillenario dalla morte di Ovidio, sembra racchiudere il messaggio della riscoperta tardiva, ma indispensabile, dell’atteggiamento del Sulmonese






