INVITO AL GIOCO, SI TRATTA SOLO DI TRASFORMARSI

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VITTORIO SERMONTI PROPONE UNA TRADUZIONE A DUEMILA E DIECI ANNI DALL’OPERA DI OVIDIO 

8 GIUGNO 2014 – Le “Metamorfosi” di Ovidio contengono la narrazione di sedici fiumi innamorati.

E questo basterebbe per collocarle nel gioco fatto solo per giocare, nella “indecentissima libertà” della narrazione senza altro scopo della descrizione della favola, del curioso. Sarebbero, queste “mutate forme” (come le chiamava Ovidio), il residuo di un’epoca d’oro nella quale Roma si trastullava nel vedere i cortei dei trionfi dalle campagne di guerra, che consegnavano nuove ricchezze, nuova libertà dal bisogno, nuove armi e nuove conquiste, nella strada che l’avrebbe condotta fino ai confini del mondo per scoprire che non potevano essere varcati, fino al pianto di Traiano ai confini con la Persia (descritto da Marguerite Yourcenar nelle “Memorie di Adriano”).

Un continuo scompiglio, una forza nuova

Ma Ovidio fa parte del tempo e dell’età felice nella quale quei confini non si conoscevano e lui si diverte a scombinare anche quelli dell’esistenza delle persone, degli dei, dei poveri animali e delle sfigatissime ninfe che avevano il torto di piacere al Supremo. E dei sedici fiumi che si innamorano di loro, non ricambiati.

Si perita di contare i fiumi, gli stupri, le alberificazioni e le pietrificazioni e ben altro, uno sfavillante Vittorio Sermonti che a duemila anni dalla morte del Vate compie il miracolo di tradurre i quindici libri di favole affascinanti, struggenti, ritonificanti. E si veste del compito superiore di proporli agli adolescenti di oggi, perchè pensa che sia discutibile l’indiscusso dominio dei tablet, degli smart e della connessione continua con il “Presente Assoluto”.

Sermonti pensa e ci dimostra che il primo a stare dalla parte degli adolescenti sia Ovidio, perchè, al contrario di Virgilio, non è un “intellettuale organico” e non vuole assecondare il non assecondabile disegno del Principe di organizzare anche le coscienze e le aspirazioni, i desideri delle persone, dopo aver organizzato l’ordine inflessibile dell’esercito e degli edili, dei sacerdoti e delle vestali, quello molto facile da organizzare degli intellettuali pret a porter che nella Roma quasi imperiale e poi in quella imperiale scorrazzavano più di quanto facciano oggi in America o in Russia. E prorompe in un “W OVIDIO” proprio mentre scrive la introduzione alla sua ponderosa traduzione dei veri “Fasti” della letteratura, cioè delle “Metamorfosi” che insegnano da duemila e dieci anni a giocare con le Lettere per scompigliarne l’ordine e ridurre la cultura come i bambini lasciano una stanza nella quale hanno giocato (anche questa immagine è di Sermonti ed è il portato della sua premurosa osservazione del mondo dell’infanzia).

Non è la Storia pedante, queste sono favole

Alla domanda sul perchè un ragazzo dovrebbe leggere le Metamorfosi e potrebbe farlo trovando gusto, Sermonti, dentro di sé, ha già risposto prima di incominciare a scrivere l’introduzione e ce lo fa capire nei primi dieci righi quando contrappone questa traduzione alla sua lettura delle pagine della Divina Commedia. Basta leggere come definisce questa sua frequentazione con Dante: “laboriosa”. Come si potrebbe chiamare “laboriosa” la lettura dell’Ovidio maggiore, del peligno che scrive le “Metamorfosi”? Laboriosa e noiosa è la lettura delle “Res gestae” di Augusto addirittura scolpite sul metallo perchè arrivino alla fine della Storia del mondo. Noiosa è anche buona parte dell’”Eneide” che deve convincere del ceppo d’oro che ha fatto grande Roma, come gli anziani insistono nelle genealogie di famiglia per dire ai pargoli che la propria stirpe è più grande delle altre.

Ma Ovidio no: il Nasone dei tempi migliori è quello che, con buon uso di quella “indecentissima libertà ” (come la chiama Sermonti), si compenetra nel dramma degli adolescenti che non riconoscono più il loro corpo, la loro voce, perchè sono proiettati nell’ignoto dalla forza della vita che li trasforma. E Sermonti sceglie il mito di Narciso per copertina del libro e per stare dalla parte dei ragazzi che subiscono la loro alberificazione, o, peggio, che si specchiano nell’acqua e vedono che sono altri da quelli che ricordavano di essere. Sembra un padre che vorrebbe dire a Narciso, prima che questi si perda, che la trasformazione dell’adolescenza  è soprattutto conquista della grandissima bellezza; che l’essere diversi dal “prima” porta a un progresso e non dovrebbe recare l’angoscia e neanche lo sbigottimento; che quindi non servono le droghe per evitare il precipizio perchè oltre l’adolescenza c’è ancora un gioco e non un abisso. Tutto questo è molto più morale ed edificante di Enea che lascia Didone facendole credere che deve costruire la città più potente del mondo.

Prima di lui Italo Calvino

Luogo topico questo delle “introduzioni” alle traduzioni delle Metamorfosi. L’ultimo che ci si è avventurato era Italo Calvino nella edizione dei “Millenni” di Einaudi. Sembra di leggervi l’aggiornamento dello stato del mondo, man mano che ci si allontana da Ovidio nel tempo e ci si avvicina a lui nella potente scelta di usare delle Lettere per stare dalla parte dell’Uomo e consolarlo, per dirgli che in fondo la sua natura è apprezzabile e lui non è solo: accanto ci sono gli Dei che, in quanto a problemi, stanno peggio di lui e si fanno dispetti, invocano giustizia presso Zeus, articolano vendette e… trasformano i giovanni bellissimi in cervi per farli sbranare dai loro stessi cani; le ninfe in stelle che non si incontreranno mai più con i loro figli; e così, di trasformazione in trasformazione, contando i fiumi che si innnamorano.

VITTORIO SERMONTI, Le Metamorfosi di Ovidio, Rizzoli, 2014, pagg. 1-832, euro 21,00. Sulla lettura che Sermonti ha fatto a Perugia prima della stampa della traduzione  v. anche: “Sermonti si disseta alle Metamorfosi di Ovidio