LA REGIONE COM’E’

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SPUNTI SUL RUOLO DELLA FLOTTIGLIA DI CANDIDATI

17 FEBBRAIO 2024 – Per capire che l’obiettivo era quello dell’”autonomia differenziata” non occorreva aspettare le Regioni alla prova del nove, cinquant’anni dopo la loro istituzione. Giovanni Malagodi si sgolò inutilmente dai banchi del parlamento per rappresentare il corso naturale che i venti staterelli italiani avrebbero seguito, pur tra le mille difficoltà del trasferimento di funzioni e competenze dallo Stato centrale, che poi furono plasticamente repertate da Livio Paladin (prima di diventare presidente della Corte costituzionale) nel suo “Diritto Regionale”.

Qualcuno dubitava che ogni regione puntasse a farsi una Scuola tutta sua, con programmi differenziati; oppure una Sanità modellata alle proprie esigenze e al proprio budget di spesa? Tutte ambivano a diventare centri autonomi imputabili di diritto o dotati di una propria sovranità: superiorem non recognoscentes. E così è andata. Solo che qualche regione è stata più forte delle altre e, mentre la Sicilia (per esempio) andava ancora dietro all’autonomia farlocca che le consentiva di tenere una specie di Consiglio di Stato rinominato Alta Corte di Giustizia per avere l’ebbrezza di impugnare le leggi incostituzionali non alla Consulta, ma nell’isola, il Veneto guardava più avanti. Da quando i leghisti hanno capito che, invece delle pagliacciate con i blindati sotto San Marco, si poteva arrivare all’obiettivo prendendo in giro gli Italiani e ingolfandoli di sovranismo per demolire la sovranità dell’Italia, sono passati quei pochi anni che, con la complicità della cosiddetta Destra, hanno portato a costituire venti staterelli: ognuno con le sue ricchezze, ognuno con un apparato che escogiterà le formule più sicure per trattenere risorse sul territorio e, magari, prenderle agli staterelli più deboli, come accade già da decenni per i fondi che vengono dall’Europa. Si dirà che le Regioni tendevano, anche, a ridisegnare il loro territorio e, al di là delle spinte sovraniste a livello nazionale, a riequilibrarlo per evitare le sperequazioni tra zone più o meno sviluppate.

Ma, per rimanere all’Abruzzo, si è verificato anche lo scandalo della accentuazione delle differenze, che è passata per il riconoscimento di due capoluoghi, in contesa tra loro anche per le riunioni dell’assemblea regionale. Né i cosiddetti “governatori” (che sono, più semplicemente, “presidenti di giunta”) si sono astenuti dal proteggere i loro ambiti elettorali, ancora a discapito dell’uniforme sviluppo del territorio: in anni recenti si è arrivati a preconizzare la deviazione di un’autostrada per canalizzarla in otto tunnel ed evitare, per esempio, tutta la Valle Peligna. Ed è stato proprio il presidente di giunta Luciano D’Alfonso a sostenere questa ipotesi. Il suo successore Marco Marsilio si è dimostrato all’altezza, depotenziando la resistenza che in Valle Peligna si manifestava contro la centrale di pompaggio della Snam e alzando la voce come forse gli hanno insegnato in qualche sezione del MSI dove alla cultura di Cardini si preferivano i metodi di La Russa; e all’antiregionalismo di Almirante i faccendieri che anche a Destra se la sono dovuta vedere con i PM per reati contro la pubblica amministrazione, dopo essersi buttati a capofitto nel malaffare delle Regioni. Se questo è il risultato di 55 anni di regionalismo, se l’ostruzionismo di PLI e MSI si è tradotto in adattamento, è un po’ difficile recarsi alle urne per eleggere coloro che dovranno concorrere in queste nuove spartizioni di soldi e di potere.

Ma alle urne bisogna andare, per evitare che, come a Roma, finisca per governare una coalizione che ha la maggioranza della metà degli iscritti alle liste elettorali, cioè che raccoglie il 26% degli aventi diritto al voto; e che alza pure la voce.

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