La sfortuna non fermò il cestista che ora fa canestro con la modestia

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STORIE DELLA POLISPORTIVA BASKET

Adesso hai ancora voglia di seguire il basket ?

“Certo, non mi perdo una partita della squadra, seguo tutte le avventure, sto vicino a quelli che vogliono incominciare”.

Luigi D’Alessandro ha sempre

scelto un ruolo di secondo piano, perché lui ha sposato la modestia, come quelli che la passione ce l’hanno nel cuore e che dalla passione, trent’anni dopo, sono spinti a incollare in “facebook” le foto più belle della pallacanestro sulmonese negli anni Settanta. Ma dire che ha avuto un “profilo basso” è proprio fuori luogo: innanzitutto perché stiamo pur sempre parlando di un protagonista della pallacanestro e poi perché, pur con tutta la remissività del suo carattere, si deve inserirlo nell’album dei migliori atleti e di uno dei più fluidi realizzatori dei tempi d’oro di questo sport a Sulmona. Era esuberante e aveva un fisico che lo assisteva in ogni pretesa, pure negli slanci impossibili, sostenuti solo dalla grinta e dall’incoscienza dell’età. Reggeva una squadra, specie nell’ultimo periodo, quando la maturità era completa. Pure dopo il terribile incidente che gli squarciò un ginocchio e lo lasciò sgomento, atterrito dall’idea di aver giocato l’ultima partita senza saperlo.

DAlessandro_in_elevazioneEra un pomeriggio come un altro, forse verso sera, in quello spazio mezzo abbandonato e mezzo no che stava vicino al rettangolo in cemento di Santa Chiara. Faceva insieme agli altri una sgambettata o forse una corsetta, comunque un allenamento dei mille che la squadra affrontava nella sgangheratissima sede della “Polisportiva”: spogliatoi senza doccia, tribunetta senza copertura, tabellone dei punti aggiornato a mano da una morra di ragazzini che si contendevano il ruolo. Sulla parte di prato vicino all’ospizio, dove adesso troneggia la copertura artificiosa del parcheggio, una macchia di verde nascondeva pietre e buche varie; ma era vicina al campetto e questo era l’importante.

Luigi D’Alessandro inciampa, perde l’equilibrio: l’aspetta un ferro infisso a terra saldamente, che gli spolpa i muscoli. Quelli intorno a lui vedono un osso lucido e bianco e poi tanto sangue.

Lui, dopo tanti anni, ricorda solo un dolore fortissimo, ma era niente rispetto a quello che lo aspettava: immobilizzazione per un paio di mesi, riattivazione faticosa, mille domande sul futuro dell’articolazione. Deve esserci un santo protettore per i ragazzini che imparano il calcio in sud-America, nei campi infestati da rettili velenosi e per i ragazzini della settima nazione industriale nel mondo che corrono sui prati al centro delle città. La riabilitazione è completa e Luigi D’Alessandro può seguitare a giocare fino a 34 anni, nel 1988, quando senza tante cerimonie e senza lacrime cambia ruolo per mettersi al servizio della società di “Sor Ignazio” Morticelli, un insieme di purezza di intenti e di pulizia morale, di povertà di mezzi direttamente proporzionale alla voglia di vincere. Così era la “Polisportiva Sulmona basket”, basata sul volontariato e su un pizzico d’incoscienza, che faceva sentire tutti molto liberi e padroni delle proprie risorse: cioè, un po’ guerrieri.