LA “VIA DEGLI ABRUZZI” PER TRASPORTARE LANE E DECAMERON

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STORICI E LINGUISTI ALLE PRESE CON L'”ESSENZA ABRUZZESE”

8 GIUGNO 2013 – L’affermazione del prof. Raffaele Colapietra sulla centralità dell’area peligna rispetto all’Abruzzo, al punto che Sulmona si può considerare il vero capoluogo della regione è recente, ma trova molti presupposti in studi non recenti.

E’, infatti, il punto di arrivo di una interpretazione dei modi nei quali si è creata l’unità regionale. Colapietra afferma che il “topos” costituito dalla Valle Peligna, dalla Majella e dalla zona di Lanciano, è il nucleo davvero abruzzese, è forse l’essenza dell’Abruzzo. Una indagine molto autorevole sulla formazione delle “zone regionali”, era stata formulata riprendendo una tematica sviluppata da Giacomo Devoto, che ha dato alla lingua italiana uno dei più noti dizionari, ma che è meno conosciuto per le ponderose ricerche linguistiche e letterarie.

E Colapietra affermava nel 1977 che: “La storia dell’Abruzzo è innanzitutto essenzialmente una storia di movimenti, di spostamenti attraverso le “grandi strade”, per dirla con Giacomo Devoto, rappresentate dagli altipiani e dalle valli dei fiumi. Tutto questo in alternativa ai passaggi lungo la costa, costellata di acquitrini e insidiata dalla malaria. Lungo la direttrice da Aufidena a Corfinium si sviluppava il traffico della via Minucia, per proseguire fino ad Antrodoco”. L’analisi di Colapietra, ripresa da “L’Italiano delle regioni – Storia della lingua italiana” a cura di Francesco Bruni, edito da Garzanti nel 1992, pagg. 1-803, porta a concludere che “Lungo questo tracciato, almeno fino ad Isernia, per secoli, nel Medioevo e più tardi, si snoda quella “via degli Abruzzi” che costituisce “fino all’unificazione nazionale, l’arteria maestra e tramite principale dei rapporti politici ed economici tra il Mezzogiorno e il Centro d’Italia; un fattore di unità, potremmo dire, che prescinde da Roma”. Ed è proprio Giacomo Devoto, insieme allo Giacomelli, che nel 1972 qualifica l’Abruzzo come “regione-ponte”. E’, dunque, una stretta fettuccia di strada a costituire una regione e la sua lingua, la sua economia, la sua politica: confermata quale asse di unione delle abbazie di Montecassino, San Vincenzo al Volturno, San Clemente a Casauria, queste ultime tre nel territorio abruzzese e molisano e collegate (l’ultima lambita soltanto) dalla “Via degli Abruzzi”, “che da Napoli per San Germano (Cassino), Isernia, Castel di Sangro, il valico del Piano di Cinquemiglia, Sulmona, L’Aquila, Perugia e la Val d’Arno raggiungeva le città della Toscana”, come osserva il Sabatini.

Nulla di strano, dunque, che la prima testimonianza della esistenza del Decameron (nella foto del titolo Giovanni Boccaccio), in una lettera di un mercante e banchiere fiorentino, Francesco Buondelmonti, inviata il 13 luglio 1360 a Giovanni Acciaiuoli, facesse riferimento a L’Aquila e Sulmona, laddove disponeva che “il libro delle novelle di messer Giovanni Boccacci, il quale… è mio… lo mi mandi a L’Aquila o a Surmona”. Un passo che è citato ancora nel corposo “L’Italiano delle regioni”, a pag. 155 del secondo volume. Quel corridoio di “movimenti”, come annota Colapietra, è l’essenza dell’Abruzzo che vive nelle valli segnate dai fiumi, ma anche sulle “sponde” delle vie di comunicazione. Sempre lungo questo sentiero di indagine letteraria, l’opera della Garzanti riproduce una quartina di sirventese del tardo Trecento ove si accenna ad un nobile di Sulmona (“voglio raccontar d’un nobile sulmontese”. mirabile e sorprendente simbiosi nella dibattuta questione se si debba dire “sulmontino” o “sulmonese”).