NEL CUORE LEONORA E IL RE, FUORI LA BUFERA E I PIEMONTESI

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NON MI ARRENDO” RIPROPONE “AMO COLUI CHE DESIDERA L’IMPOSSIBILE” DI GOETHE

23 GIUGNO 2013 – Prende la spinta da una frase altisonante, eroica, di Goethe, “Amo colui che desidera l’impossibile”, il piccolo romanzo di Gianandrea de Antonellis (Controcorrente, 2006, pagg.1-222).Nel disegno la partenza di Francesco II da Gaeta.

Narra con molte, consapevoli concessioni alla finzione, dieci anni vissuti intensamente da Luigi Vinciguerra (nome di fantasia), barone di L’Aquila che esordisce con l’imperativo categorico di portare la bandiera borbonica dalla fortezza di Gaeta, sventrata e in procinto di essere abbandonata dal Re Francesco che riparerà al Quirinale presso Pio IX, alla fortezza di Civitella del Tronto, l’ultima roccaforte dei gigli e del vessillo candido, che cederà solo due giorni dopo la proclamazione dello Stato italiano a Torino. Vinciguerra è ufficiale generoso, “Non mi arrendo” è il suo grido di onore ed è il nome del romanzo, cavalca da solo ed ha nel cuore il suo sovrano, ma anche la figura di eccezionale coraggio e determinazione rappresentata dalla regina Sophia.

Due volte la disfatta, due volte i tradimenti

Con tutti e due, che non l’hanno spronato (anzi, il Re sulle prime gli ha vietato di affrontare tutti questi rischi sugli Appennini), con una sacca che nasconde l’ultima immagine di un “Regno che fu grandissimo”, arriva a Civitella, per assistere a quello che nessun soldato vorrebbe vedere: la replica della disfatta di Gaeta, la sfacciataggine dei tradimenti, l’inutilità degli eroismi. Tempi terribili per questa guerra civile tra Italiani, che sarà bissata in misura minore, ma non meno cruenta, alla fine e dopo la seconda guerra mondiale; tempi di stermini e di centinaia di migliaia di vittime. Una decimazione del Sud cui farà concorrenza solo l’emigrazione degli anni precedenti la fine dell’Ottocento “quando i meridionali dovranno andare in America perchè le tasse avranno loro levato tutto”.

Ma ci sono piccole storie in questo piccolo romanzo, che lo rendono più accessibile, quasi la proposizione di una epopea da snocciolare in televisione. Ci sono descrizioni toccanti della natura che il barone, ufficiale borbonico, attraversa durante il suo cavalcare impavido, come quella del Piano delle Cinquemiglia: “Giunse al termine della Piana e non potè trattenersi dal volgersi indietro: il sole si era ulteriormente abbassato e la sua luce non riusciva più a scaldare; la temperatura andava facendosi sempre più rigida e ricominciava quel leggero nevischio, reso particolarmente fastidioso dal vento”; c’è un posto nel cuore del soldato senza macchia e senza paura, che viene riempito dall’angelico incontro con una cugina di Sulmona, Leonora, alla quale soltanto penserà per tutti i dieci anni del suo “non arrendersi”. Come in ogni romanzo celebrativo, finirà bene quella sua passione, ma quando intorno a lui non ci sarà più niente di quello che aveva sperato di salvare, neppure l’onore.

Ancora e sempre corruzione

Per un “intervento” di un cancelliere, amico del suo casato, le accuse a suo carico si perderanno, non esisterà più un fascicolo della sua strenua difesa di Gaeta, della sua impresa a Civitella del Tronto, del suo incontro e della sua battaglia a fianco del mitico generale Borjes fino alla vile fucilazione di questi a Tagliacozzo. Vinciguerra, che aveva già programmato di uccidere un prefetto per portare la sua guerra, ormai personale e oltranzista, al cuore degli invasori piemontesi nel 1870, il 26 febbraio e nel giorno stesso della visita di quel prefetto a Benevento, riceverà la notizia che nulla è a suo carico, che egli si può reintegrare nella società senza nascondersi.

Finale appiccicato male questo del recupero dell’ufficiale e soprattutto del suo proposito di cambiare l’Italia dal didentro, facendo figli ed educandoli ai principi imperituri dell’onore contro le non-certezze dell’impostore piemontese; purtroppo non si può andare molto lontano se si deve a qualcuno la salvezza che è passata per la distruzione di documenti e accuse. Oppure, il che è lo stesso, uno Stato che così agisce non può spingere a imprese eroiche o soltanto al rispetto della legge. E questo è forse un lascito non decoroso della riunificazione; probabilmente un effetto perverso che legittimerà in 150 anni tante interpretazioni di comodo di quelle vicende e dello stesso, reale e millenario anelito degli Italiani di essere una nazione, forte e unita, con la sua lingua, il suo passato, i suoi guerrieri. Che l’Italia fosse una idea e una speranza e sarà sempre il battito di chi la abita da Lampedusa a Vipiteno è la verità più indiscussa, l’essenza storica dello Stivale.

Un mitico generale catalano preconizza la grandezza dell’Italia

Ma de Antonellis non lo fa dire a chi “ha famiglia” come il Vinciguerra che pensa già alla sua vita con la divina creatura sulmonese, quanto lo fa proclamare al gen. Joseph Borjes in persona, poco prima di finire da eroe a Tagliacozzo: “I nostri nemici stanno preparando questo momento da secoli, da sempre. La loro forza è nella loro fede, nella loro fiducia nella vittoria finale: anche se dovessero aspettare mille anni per trionfare, hanno saputo tramandare, di generazione in generazione, la speranza nella vittoria. Per questo adesso sono così forti”. Per questo, in fondo, siamo Italiani; e per questo il monumento a Borjes, inaugurato nel 2011 nella piazza di Tagliacozzo, meriterebbe fiori sempre freschi.

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