Majella in alta uniforme al funerale di Morelli

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capre al pascolo23 GIUGNO 2013 – Il vento forte che è durato tutta la giornata, prima del tramonto sembra essersi portato ad alta quota e prende a spingere le nuvole da Sulmona fin dietro la Majella.

Nel giro di venti minuti, tanto dura l’ultimo percorso di Nicola Morelli dalla chiesa in piazza fino al cimitero di Cansano, le mette dietro la Majella, che qui incombe come gli spalti di uno stadio. E fanno da sfondo alla sky-line del guado di Coccia, delle altre alture fino al Monte Amaro: il loro grigio fa risaltare il verde di tutto il massiccio, quest’anno ancora più rigoglioso per il freddo e la pioggia di giugno. Lo avrebbe notato Nicola Morelli, che della sua terra sentiva anche il respiro immaginario.

Era sereno nell’ultima fase della sua lunga vita. Lo faceva intuire nell’ultima lettera che ci ha mandato e che ci è stata consegnata dalla figlia dopo le esequie::”Desta meraviglia che il treno della mia vita sia giunto alla novantesima stagione. E ciò mi ricorda Rosmini e la sua “divina compensazione” del Bene con il Male a tempi predeterminati, per un destino che sconosciamo scritto nel vuoto fra le stelle o sulle rive degli oceani”. Il molto che aveva sofferto lo doveva proprio alla avarizia di questa terra aggrappata alla montagna; ricordava anche di essere andato a Sulmona a piedi per non spendere i soldi del treno (la chiama in questa lettera “adolescenza povera ma felice”); il moltissimo che aveva sofferto lo doveva alla prigionia, “giovinezza gettata nella fornace della guerra (1941/43) tra le orride pietraie della terra montenegrina, zaino affardellato e baionetta inastata, e della deportazione nei lager della vergogna umana, dopo l’eroica Resistenza a Split”.

La compensazione rosminiana sta dunque tutta in questi decenni finali, tanti, più di quelli che si aspettava; in questo “terzo tempo” non ha costruito tutto quello che aveva edificato nella infanzia laboriosa e piena della “prevalenza della volontà sul dolore”. Ha visto, invece, realizzarsi gran parte dei desideri e delle vere e proprie preghiere; cosicchè è rimasto a guardare, uomo persuaso, come direbbe Claudio Magris, riprendendo, in “Danubio”, dalla immagine di Michelstaedter, secondo cui la persuasione è il possesso presente della propria persona, la capacità di vivere a fondo l’istante senza l’assillo smanioso di bruciarlo presto, di adoperarlo e usarlo in vista di un futuro che arrivi più rapidamente possibile e dunque di distruggerlo nell’attesa che la vita, tutta la vita, passi velocemente: “Chi non è persuaso consuma la propria persona nell’attesa di un risultato che ha sempre da venire, che non è mai”. Persuaso, dunque, era certamente Niky, come lo chiamava Maria Luisa, perchè viveva questa benedizione; in questa ultima lettera si firma “il Tuo Nicola, miles patriae, miles Dei”. Ma egli era anche persuaso nell’altro senso; era convinto di dover rendere grazie per questa benedizione. E sarebbe stato convinto che quelle nuvole a fare da sfondo ai prati della Majella le avrebbe spinte qualcuno per fargli godere per l’ultima volta il suo paesaggio, dove aveva tanto sofferto e tanto sperato; alla fine, anche assaporato la gioia.