NELL’AULA “FALCONE E BORSELLINO” A PRATOLA NON SI PARLA DI NINO DI MATTEO
14 MAGGIO 2015 – Il prefetto Alecci è dispiaciuto per l’assenza dei giovani quando si inaugura l’aula magna dell’Istituto industriale di Pratola, intitolata alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Bocciato all’esame di magistratura, fa la sua confessione di sincera ed onesta dedizione alle istituzioni e professa il suo rispetto per la professione “più bella tra quelle che si possono fare”, cioè per quello che fanno i giudici pur tra mille insidie e cita per tutti il caso letto sul giornale di qualche giorno fa per la scorta al figlio meno che adolescente di un giudice di Palermo. Come se la storia si ripetesse, come se 23 anni fa Falcone e Borsellino fossero scampati all’esplosivo di Capaci e di Via d’Amelio.
Alecci avrebbe preferito una sala gremita di giovani, perché il sacrificio della vita ha un senso se trasmette un messaggio a chi verrà dopo. Quasi certamente, almeno da quello che hanno lasciato detto nelle poche interviste, Falcone e Borsellino non sono morti per dare un esempio, ma hanno contrastato la mafia secondo l’imperativo stoico che la cosa andava fatta perchè era giusta; era l’unica cosa giusta quella battaglia per liberare “questa terra meravigliosa”, come la chiamava Borsellino e per far entrare l’aria profumata al posto del puzzo del compromesso, secondo altra icastica immagine dettata dal giudice poco tempo prima di recarsi in Via d’Amelio dalla madre e passare accanto alla 126 imbottita di tritolo, fatta saltare pare da una palazzina dove i servizi segreti avevano in affitto un appartamento.
Tra i tanti nomi che sono stati pronunciati oggi nell’aula dell’Itis, non abbiamo sentito quello del sostituto Nino Di Matteo, esempio vivente del testimone lasciato da Falcone e Borsellino. Forse perché ha sostenuto, secondo l’esempio stoico, un confronto alto e senza tentennamenti contro un capo di stato, Giorgio Napolitano, che ha ingaggiato la sua battaglia contro la Procura della Repubblica di Palermo. Forse, per questo, Di Matteo deve ancora maturare un suo profilo che lo faccia accogliere tra gli eroi celebrati dalla opinione pubblica, previa genuflessione alle esigenze di un presidente della repubblica? Una parola di solidarietà a Di Matteo non poteva essere pronunciata mentre si levava il drappo su quella immagine di Falcone e Borsellino sorridenti per l’ultima volta? Forse, se si fosse fatta questa scelta di campo, proprio contro la “puzza del compromesso”, si sarebbe avuta la tanto agognata partecipazione dei giovani.






