Ma la provincia di Pescara avrebbe Chieti capoluogo

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ARGOMENTO DECISIVO PER RESTARE ALL’AQUILA

30 AGOSTO 2012 – L’idea di trasferire il territorio di Sulmona e del centro-Abruzzo alla provincia di Pescara poteva essere discutibile.

Ed infatti è stata discussa.

 

Se ne sono sentite tante: qualcuno (Iannamorelli del Pd) ha agitato lo spettro della perdita immediata del tribunale, qualcun altro (Iannamorelli del Pd) ha agitato lo spettro dell’aumento del premio di assicurazione delle auto; qualcun altro (Iannamorelli Pd) ha osservato che già Sulmona è talmente proiettata verso Pescara, a tal punto già vive in simbiosi con Pescara, che è inutile tradurre questa realtà in nuove ripartizioni amministrative (quasi che le province ognuno le disegna come vuole, a prescindere dalla realtà sociale, onde si potrebbe costituire un comitato per l’annessione alla provincia di Milano).

Dietro tutte queste considerazioni stanno argomenti comprensibili (ma non giustificabili): rivedere i perimetri delle province significa rivedere i collegi elettorali ed i partiti, che sono diventati strutture imponenti del condizionamento delle istituzioni e assorbono da soli circa 40 milioni di euro all’anno, cioè quanto si risparmierà dalla soppressione di tutti i “tribunalini” d’Italia, svolgono il ruolo che svolgevano alcune classi dell’Ancien Regime prima del 1789 in Francia, cioè quello di una conservazione a tutti i costi, pur di fronte all’evidenza.

Ma l’argomento che ha spento ogni reazione dei più fermi assertori sulmonesi del passaggio a Pescara viene da fuori Sulmona ed è l’uovo di Colombo, al quale non avevano pensato i pur battaglieri dignitari “ancien” di Sulmona. Riuniti ieri a Chieti, politici bipartisan (c’era Fabrizio Di Stefano del Pdl, ma c’era anche Giovanni Legnini del Pd, c’era Franco Caramanico del Sel, ma c’era anche  Antonio Menna dell’Udc), hanno detto in coro: “Provincia unica tra Chieti e Pescara e capoluogo a Chieti”. A questo punto, se da una città in decadenza come L’Aquila i sulmonesi debbono andare ad un’altra città, decaduta e decotta come Chieti, preferiranno di certo tenersi quel margine di vita che ancora L’Aquila può rappresentare. Se debbono fare cinquanta chilometri per salire su un cocuzzolo senza area parcheggio e con i palazzi sventrati dal terremoto, ne fanno settanta per seguitare ad andare su un altro cocuzzolo senza area parcheggio e con i palazzi sventrati dal terremoto.

Questi voti delle città “ancien” avrebbero abbattuto anche sulmonesi convinti come Aldo Di Benedetto e Guido Vernacotola,  che sul campanile avrebbero costruito il loro monolocale. Anche loro avrebbero trasecolato, cercando in extremis un argomento per ribattere, ma alla fine avrebbero alzato le mani davanti a tale impudenza di campanilisti al quadrato. C’è una città che ha un aeroporto, una stazione mega-galattica, due autostrade che si incrociano vicino al porto e il capoluogo dove va? Nelle cisterne dei Romani…, vicino al museo della Civitella, insomma nella città vecchia della già vecchia Chieti. C’è da dare lezioni di campanile anche agli aquilani.

Con tecnici al Governo come quelli che ha l’Italia, è anche alto il rischio che la proposta passi. Quindi è meglio starsene con L’Aquila.

In tutto questo sarebbe molto interessante sapere cosa dice Pescara che, in quanto a dinamismo politico, nella vicenda delle provincie ha dimostrato una mobilità da paralitico.