MA NON ERA MEGLIO CHE IL PROCESSO DI BUSSI LO FACEVA UN PRETORE?

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INTANTO D’ALFONSO HA PERSO LA PAROLA

18 MAGGIO 2015 – Luciano D’Alfonso, presidente della giunta regionale, ha in sé la prerogativa di apparire furbo, disinvolto, conoscitore di fatti e circostanze, uomo calato nella vita sociale. Si caccia, invece, in vicoli ciechi che anche un bambino saprebbe evitare. Sarà strategia? Può essere, ma siamo più propensi a ritenere che si comporti come Matteo Renzi: se viene scovato in flagrante figuraccia per una idiozia politica che ha detto qualche tempo prima, alza la posta in gioco e quasi sempre riesce a distrarre l’avversario. Entrambi hanno avversari mezze cartucce e quindi quasi sempre riescono a spuntarla dal vicolo cieco.

Prendete l’ultima smargiassata che si attribuisce a Luciano D’Alfonso: quella di aver detto, con un paio di settimane di anticipo sulla conclusione del processo in Corte d’Assise a Chieti, che “gravi anomalie” si erano verificate proprio in quel processo, secondo quanto riferito da “Il Fatto quotidiano” e non smentito da D’Alfonso che per solito smentisce pure che gli asini volano. Con l’aria saccente che sfodera quando non sa neanche di che cosa stia parlando, ma immagina che l’interlocutore ne sappia ancora meno, D’Alfonso avrà pensato che chi parla così dimostra di avere polvere nel cannone e può colpire con gravi danni. Poi, che spari effettivamente è un particolare secondario.

Invece, tutte queste anomalie, o, più precisamente, la conoscenza che egli ne aveva, pare siano una bufala totale. E una prima conferma al fatto che si tratti di supercazzole è venuta dalla circostanza che nemmeno di una anomalia la parte civile Regione Abruzzo ha vestito una impugnazione dopo la assoluzione e la dichiarazione di prescrizione. Ma come, il presidente della Regione, recatosi personalmente in aula durante il processo, avrebbe saputo di gravi anomalie già prima della pronuncia della sentenza e la Regione Abruzzo, parte in causa, non impugna neppure la sentenza, lasciando fare tutto alla Procura della Repubblica di Pescara che non era al corrente di queste gravi anomalie? E quando si sarebbe decisa la Regione Abruzzo ad esercitare il suo diritto di vedere annullare una sentenza giunta al termine di un processo gravemente anomalo? Aspettava che i giornalisti del “Fatto”, visto che si trovavano a scrivere gli articoli su presunte pressioni ai giudici per far assolvere tutti, e visto che dimostravano di essere così bene informati, avrebbero anche scritto un ricorso?

Il secondo aspetto viene da una minoranza al Consiglio regionale che fa ridere pure i polli . Posto che non tutti i consiglieri regionali di opposizione si sono ritrovati a L’Aquila al raduno alpino (anzi pare che non ce ne siano stati più di due o tre), non potevano rivolgere un perentorio invito a D’Alfonso a riferire di questa sua conoscenza, se c’è stata, in merito alle “gravi anomalie”? Se la Regione è anche loro, come non si preoccupano di denunciare una sentenza che potrebbe essere nulla e dal cui annullamento tutto verrebbe rimesso in gioco per ottenere quello che la Regione, parte civile, voleva ottenere? E non si preoccupano neanche di chiedere formalmente al presidente della Regione se, qualora abbia saputo di “gravi anomalie”, le abbia comunicate all’avvocato che ha patrocinato la Regione nel processo, al fine di far annullare la sentenza “gravemente anomala”.

Ed è questo il problema di sempre: quando c’è un governatore che spara anche le bufale più indecenti, le scempiaggini politiche più incredibili, che però hanno il grande pregio di non essere contrastate da nessuno, diventano verità consacrate.

Se questi sono particolari da operetta, il terzo, doloroso aspetto che emerge in queste ore riguarda la tutela delle risorse naturali. La Corte d’Assise di Chieti è stata già colpita con la ricusazione del suo presidente l’anno scorso per alcune dichiarazioni. La “nuova” Corte si avvìa a fare tanti viaggi a Campobasso, perché alcuni componenti potrebbero essere persone offese per pressioni subite al fine di pilotare la decisione, oppure imputati per il reato di rivelazioni del segreto della camera di consiglio. I morti di veleni per la discarica di Bussi, sia che la loro vita sia stata stroncata dall’avvelenamento intenzionale, sia che sia stata spezzata da comportamenti “soltanto” avventati, ma non dolosi, avranno pure il diritto di sapere se non era meglio che dei reati ambientali continuasse ad occuparsi un solitario pretore, come faceva con grandi risultati Gianfranco Amendola, senza camere di consiglio a troppe voci (comprese le voci di dentro che diventano le voci di fuori), con processi veloci che, almeno prima della riforma del codice di procedura penale, difficilmente si prescrivevano, oppure quando si prescrivevano portavano a richieste di giustificazioni dei giudici che li avevano fatti prescrivere.

I Romani dicevano che il pretore non può occuparsi delle cose minime. Ma, dopo quello che va facendo D’Alfonso, ci sarebbe da dire che il governatore non si può occupare delle cose enormi perché è quanto meno un pasticcione e all’improvviso non si sente e non si vede più, come i bambini che hanno combinato qualche guaio.