MA QUANTO ERA LIBERALE QUEL CODICE ROCCO

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CONVEGNO ALL’ANNUNZIATA SUL DIRITTO PENALE

14 OTTOBRE 2011 – Siamo all’alba di una nuova epoca nello studio del diritto penale italiano e si riannodano i contatti tra lo Stato liberale del Codice Penale “Zanardelli” con la Repubblica del dopo guerra, scoprendo che l’impostazione di quella prima norma unitaria ha trovato nuova linfa addirittura in alcune riforme dettate da esigenze di rango costituzionale.

Tracce di questo nuovo corso sono state segnate nel Convegno nazionale inaugurato stamane all’auditorium dell’Annunziata e al quale hanno partecipato, tra gli altri, alcuni docenti universitari. L’impatto con la nuova realtà viene dalla relazione del prof. Francesco Palazzo (da poco eletto presidente dell’associazione dei docenti universitari di diritto penale), che individua un filo rosso nella tradizione liberale del diritto penale: va oltre e afferma che il “Codice Rocco” si sarebbe collocato su tale scia in modo molto “soft”, perchè, invece che rivoluzionario, voleva apertamente rifarsi ad una impostazione che non era autoritaria (come doveva intendersi quella sgorgante dal fascismo), ma appunto liberale dello “Zanardelli” (non si poteva parlare di caratteri democratici se si parlava di un codice comunque dell’Ottocento). Ed è stato questo, sostanzialmente, il motivo che ha consentito al Codice Rocco (autentica pietra miliare del sistema penale italiano) di transitare nel filtro rigoroso della Costituzione quasi indenne. In realtà, come hanno osservato altri intervenuti dopo, anche il livello di sapienza tecnica del “Codice Rocco” è stato fino ai giorni nostri il suo lasciapassare, tanto che si parla continuamente di un nuovo codice penale, ma in molti asseriscono che non potrà che essere meno perfetto di quello del 1930. Così, ha detto Palazzo, si preferisce scrivere un codice Antimafia (che è entrato in vigore ieri) che è una raccolta di misure di prevenzione, più che un codice in senso tecnico.

Mattinata impegnativa, dunque, quella di Sulmona, per scandagliare il cammino del Diritto Penale unitario (il convegno si intitolava proprio ai 150 anni di questa disciplina del diritto pubblico): un percorso che si è mostrato molto più lineare di quanto si possa credere, costellato tra l’altro di insospettabili recuperi, come quello indicato dal prof. Mauro Catenacci in materia di reato di abuso di ufficio, pietra di paragone di tutta l’esperienza penalistica italiana dagli anni Novanta ad oggi. L’ultima riforma dell’art. 323 del Codice penale vigente ha ripreso l’impostazione dell’art. 175 del codice Zanardelli, che seguiva quel disegno di tutela del singolo nei confronti di una pubblica amministrazione poco affidabile.

Molti sono stati gli spunti di riflessione nella città alla quale tutti (o quasi) gli intervenuti hanno reso omaggio nel ricordo di Giuseppe Capograssi, che non era né un penalista, né uno storico del diritto, ma un filosofo del diritto che pose il processo al centro di una delle più profonde sue riflessioni sulla vicenda della “persona” nel suo rapporto con l’istituzione (“Introduzione alla vita etica”).

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