LE ULTIME ORE DI UN SOLDATO FEDELE AL SUO COMPITO E INCORRUTTIBILE – IL RITRATTO CHE NE FA UNA VIAGGIATRICE INGLESE MOLTI ANNI DOPO L’IMPRESA CHE AVREBBE DOVUTO RIPORTARE FRANCESCO II SUL TRONO DELLE DUE SICILIE – “DA TERRA DI LAVORO AL TERRIBILE PIANO DI CINQUE MIGLIA”
10 OTTOBRE 2011 – E’ un generale fiero, ma disperato il Borges che attraversa un lembo della terra dei Peligni nell’ultimo autunno del Regno delle Due Sicilie, quando punta verso Roma per una missione impossibile: quella di salvare Francesco II e lo stesso futuro del Sud. Da Frattura di Scanno attraverserà Forca Caruso, per trovare il suo destino, la fucilazione nella Marsica. Non è sicuro neanche il tragitto: si parla di Roccarasa , Roccavalle escura (cioè Rocca Valle Scura , quindi, Roccapia), ma si leggono con certezza i nomi di Campobasso, Isernia, Solmona e Aguila, scritti di suo pugno da Borges per il rendiconto delle spese.
Sbarcato a metà settembre in Calabria con pochi uomini e guidando una spedizione che si reggeva più sull’eroismo degli uomini che sul numero dei fucili e delle munizioni, il legittimista catalano, reduce da campagne di guerra eroiche, scrive giorno per giorno, ora per ora (individuando le scansioni in “cinque ore del mattino”, “sei ore del mattino”, “mezzogiorno”) lo sgomento per tutto quello che non ha trovato dopo lo sbarco, per il tradimento di molti uomini, per la rozzezza dei briganti che sostenevano i legittimisti. Sono i giorni di un autunno fondamentale, appena un anno dopo l’incontro di Teano (in realtà Taverna Catena) 26 ottobre 1860), della capitolazione della fortezza di Capua (2 novembre), dell’ingresso a Napoli di Vittorio Emanuele (7 novembre).
Josè Borges è figlio d’arte. Un guerriero era anche il padre Antonio, fucilato a Cervera come ufficiale carlista nella guerra civile spagnola; un guerriero era il fratello Miguel, che muore in combattimento nel 1840, sempre nelle file carliste. La carriera di Josè comincia da zero: soldato semplice, capitano e infine generale di brigata. I carlisti perdono la guerra e Borges finisce a fare il rilegatore in Francia, per poi entrare in contatto con il generale borbonico Tommaso Clary, che gli affida il difficile compito di riconquistare il Regno.
Avvincente è il “Con Dio e per il Re” di Francesco Mario Agnoli, edito da Controcorrente, 2005, pagg. 198, che ricostruisce tutta l’avventura italiana del generale, riportando integralmente le ultime annotazioni del diario, l’insubordinazione del brigante Carmine Crocco, la disperazione dei soldati. Le ultime pagine sono del 28, del 29 e del 30 novembre 1861: “Scena disgustosa. Crocco riunisce i suoi antichi capi di ladri e dà loro i suoi antichi accoliti. Gli altri soldati sono disarmati violentemente, prendono loro in specie i fucili rigati e quelli a percussione. Alcuni soldati fuggono, altri piangono. Chiedono di servire per un po’ di pane: non più soldo, dicono essi: ma questi assassini sono inesorabili. Si danno in braccio a capitani della loro tempra, e li congedano dopo un digiuno di due giorni. Tutto ciò era concertato, ma lo si nascondeva con molta astuzia. Alcuni soldati venivano da me piangendo, mi prendevano le mani e me le baciavano dicendo : – Tornate con una piccola forza, e ci troverete pronti a seguirvi. Per conto mio pregai Crocco a salvar questa gente, e piangendo con i soldati, per quanto era in mio potere, cercai di consolarli”.
Poi la marcia verso Roma, la resa alle truppe del generale Enrico Franchini, che non volle accettare la spada di Borges e la sua resa, la fucilazione vicino al casolare Mastroddi. Solo l’8 dicembre 2003 viene collocata una lapide a ricordo del “generale” e non del “capo di banda mercenaria” come prima era scritto.
Per comprendere la grande stima che in 150 anni ha circondato la figura del gen. Borges, è utile leggere due pagine di “Negli Abruzzi”, di Anne Macdonell (QUALEVITA, 1991, traduzione di Gisa Taurisani, con introduzione e note di Franco Cercone), che è tutt’altro che tenera nei confronti della resistenza borbonica collegata ai briganti: “ Perchè gi scrittori di romanzi d’avventure hanno trascurato la carriere di José Borjes? Giro a loro questa domanda, sperando che l’argomento venga trattato da chi conosce il serlvaggio paese che lo spagnolo attraversò nella sua ultima spedizione. Borjes era un monarchico della Catalogna che aveva combattuto valorosamente nel proprio Paese durante la guerra legittimista. Dopo di che aveva offerto prontamente ovunque la sua spada in difesa della “causa” realista. Era un soldato di ventura d’altri tempi e la minuziosa scrupolosità dei mezzi e dei metodi non era la caratteristica della scuola cui si era formato: tuttavia non era un mercenario disonesto, ma un fervente cattolico ed un monarchico convinto, coraggioso ed audace fino in fondo, come richiede il personaggio di una avventura romanzesca. Chiamato a Roma ed assunto in servizio dai Borboni, egli intraprese una spedizione attraverso la Calabria e la Basilicata per raccogliere volontari ed organizzare un vero e proprio tentativo di restaurazione borbonica. Al suo seguito aveva un numero di gentiluomini spagnoli, soldati di provato valore. Borjes cominciò la sua opera di reclutamento con abilità ed entusiasmo e tenne alto l’animo dei suoi uomini per tutto il periodo in cui si sentivano scoraggiati e che fu a malapena illuminato da un raggio di fortuna. Le informazioni che aveva ricevuto risultarono del tutto fallaci: i denari e gli aiuti promessigli non erano disponibili e solo la povera gente seguì colui che non poteva sfamarla. Durante questa disperata spedizione, Borjes tenne un Diano, un interessante documento tuttora esistente, che contiene le pungenti rivelazioni di un uomo coraggioso il quale fu sempre conscio delle scarse probabilità di successo che aveva. Egli scrive: “Dappartutto i ricchi sono cattivi, salve rare eccezioni” e con ciò egli intende dire che i ricchi non erano “borbonici”, o almeno non erano disposti a sacrificarsi per la “causa”. Borjes e L’Anglois, che ufficialmente era a capo della spedizioni, ricorsero a metodi sanciti dall’esempio di re e cardinali, cioè si allearono con il brigante Donatello Crocco e la sua banca. Crocco, una canaglia tra le più criminali e brutali, si dichiarava un osservante cattolico e manifestava, naturalmente, idee legittimiste.Ma se c’era qualcuno che egli poteva abbindolare, questo non era certamente Borjes, come dimostra il diario di quest’ultimo: “Noi ospitiamo la banda – scrive Borjes – ed i capi vanno a rubare quel che vogliono”. Ed aggiunge: “Crocco ci ha lasciati con il preteso di procurare del cibo, ma temo che sia solo una scusa per andare a nascondere i gioielli ed il denaro che ha rubato”. Alla fine si separarono.
“Comunque la spedizione era destinata a fallire e Borjes si convinse che l’unica cosa da fare fosse quella di ritirarsi con i pochi seguaci rimastigli. I soldati Italiani erano sulle sue tracce ed egli si avviò verso Roma, facendo una marcia forzata attraverso l’Abruzzo per tutta la notte. Si era in inverno ed il freddo costituiva un nemico cui non poteva sfuggire. La via percorsa da questa banda sparuta, formata da un manipolo di spagnoli e qualche volontario italiano, si estendeva dalla Terra di Lavoro fino al terribile Piano di Cinque Miglia da dove, in precedenza, bande più grandi di questa non erano uscite vive. Quando giunsero sulla strada per Avezzano probabilmente si sentirono pieni di speranza perchè si stavano avvicinando alla frontiera dello Stato Pontificio. Aggirarono la città di Avezzano passando per Cappelle e Scurcola e, fingendosi “castagnari” che andavano a Sante Marie, passarono per le porte di Tagliacozzo. Qui si sentirono quasi in salvo e, sulla strada per Sante Marie, stanchi ed affamati, si fermarono vicino alla fattoria dei Mastroddi per rifocillarsi e scaldarsi. Ma lungo la via erano stati notati da un uomo astuto il quale, sapendo che Borjes era ricercato, ebbe il sospetto che quelli non fossero venditori di castagne. Costui informò i carabinieri di Avezzano, i quali con cavalli freschi si lanciarono al loro inseguimento e subito raggiunsero quel che restava dello stanco manipolo che si trovava alla fattoria. Il combattimento fu disperato e gli Spagnoli resistettero con coraggio fino alla loro cattura, della quale cosa non c’era da dubitare. I loro fucili, i cavalli ed i documenti furono sequestrati: essi furono riportati a Tagliacozzo ed il sangue freddo con sui si comportarono guadagnò loro l’ammirazione di chi li aveva fatti prigionieri. Non parlarono dei loro piani ed a Borjes sfuggì solo una frase amara: “Quanto ai miei affari a Roma, mi dirigevo lì per riferire a re Francesco che sono rimasti a difenderlo solo canaglie e furfanti: che Crocco è un furioso codardo e L’Anglois un bruto!”. Malgrado ciò: “In modo così spavaldo, che incuteva rispetto, così scanzonato egli camminava”. Scanzonato? No.







