METAMORFOSI, UN PASSAGGIO D’OBBLIGO PER CONOSCERE E POTER SCRIVERE

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IL DISCORSO DI MONACO DI ELIAS CANETTI E LA SCOPERTA DI OVIDIO

11 GENNAIO 1015 – Una rivisitazione completa della figura e della missione dello scrittore, tanto innovativa da sembrare una rivoluzione, è compiuta dal premio Nobel Elias Canetti (nella foto del titolo) nel discorso tenuto a Monaco di Baviera sul tema, appunto, della “Missione dello scrittore”. E’ l’ultimo dei contributi inseriti in “La coscienza delle parole”, edito da Adelphi e costituito da quindici saggi scritti tra il 1962 e il 1974. Canetti, di origine spagnola, ma nato in Bulgaria e spettatore delle vicende dell’Europa da vari punti di osservazione in tutta Europa, autore di opere rimaste nella storia della letteratura del XX secolo, come “Autodafè” o “Le voci di Marrakesh”, “Massa e potere” o la trilogia autobiografica “La lingua salvata”, “Il gioco degli occhi” e “Il frutto del fuoco”, offre subito il suo tributo a Publio Ovidio Nasone, quando parla di trasformazioni:

Omero e Ovidio i cardini dell’esperienza umana

“Ancora fino al secolo scorso, chiunque avesse voluto occuparsi di questo aspetto altamente peculiare ed enigmatico dell’umanità, e cioè della sua capacità di metamorfosi, si sarebbe attenuto a due libri fondamentali: uno più tardo, le Metamorfosi di Ovidio, che si presenta come una raccolta pressochè sistematica di tutte le “più elevate” metamorfosi fino allora conosciute nella mitologia, e uno più antico, l’Odissea, dove si narrano essenzialmente le avventurose metamorfosi di un uomo chiamato appunto Odisseo. Esse raggiungono il loro apice quando egli torna a casa nelle vesti di un mendicante, l’uomo più misero che si possa immaginare, e qui la simulazione è talmente perfetta che mai scrittore posteriore l’ha eguagliata e men che meno superata. Sarebbe ridicolo soffermarsi sull’influsso che questi due libri hanno avuto già prima del Rinascimento, ma soprattutto poi, sulle vicende culturali dei paesi europei più recenti. In Ariosto come in Shakespeare, nonché in moltissimi altri autori, compaiono le Metamorfosi di Ovidio, e sarebbe un grave errore pensare che il loro influsso sui moderni si sia esaurito. Quanto a Odisseo, o Ulisse, lo si incontra sempre, fino ai nostri giorni: è la prima figura entrata a far parte del patrimonio più profondo della letteratura universale, sarebbe difficilissimo trovare più di cinque o sei figure che abbiano una simile forza irradiante”.

Le metamorfosi dello scrittore

Canetti, dopo aver riferito anche di metamorfosi lontane, come quelle dell’epopea mesopotamica, focalizza la sua concezione della missione degli scrittori e, pur considerandoli sempre come “custodi delle  metamorfosi” (in quanto fanno “propria l’eredità letteraria dell’umanità, nella quale le metamorfosi abbondano”), prova ad individuare anche un’altra loro metamorfosi: “In un mondo impostato sull’efficienza e sulla specializzazione, che altro non vede se non le vette a cui mirano tutti in una sorta di angusta tensione per la linearità, che indirizza ogni energia alla fredda solitudine di queste vette e invece disdegna e cancella le cose più vicine, il molteplice, l’autentico, tutto ciò che non serve ad arrivare in cima, in un mondo che sempre di più vieta la metamorfosi in quanto essa si pone in contrasto con il fine universale della produzione, che non esita a moltiplicare dissennatamente gli strumenti della propria autodistruzione e cerca nel contempo di soffocare quel poco che ancora l’uomo possiede delle qualità ereditate dagli antichi e che potrebbe servirgli a contrastare questa tendenza, in un mondo cosiffatto, che siamo inclini a definire il più cieco di tutti i mondi possibili, appare di un’importanza addirittura cruciale che alcune persone continuino malgrado tutto a esercitare questa capacità di metamorfosi.

Cambiare per immedesimarsi e scrivere degli uomini

“Questo, secondo me, è il vero compito degli scrittori. Grazie a una capacità che una volta era di tutti e che ora è condannata all’atrofia, capacità che essi ad ogni costo hanno il dovere di conservare, gli scrittori dovrebbero tenere aperte le vie di accesso tra gli uomini. Dovrebbero essere capaci di diventare chiunque, anche il più piccolo, il più ingenuo, il più impotente. La loro brama profonda di vivere le esperienze degli altri non dovrebbe mai essere orientata dalle finalità che costituiscono la nostra vita normale e per così dire ufficiale, essa dovrebbe essere completamente esente dall’intento di ottenere successi o riconoscimenti, dovrebbe essere una passione a sé stante, la passione appunto della metamorfosi.

(Nella foto: La verità disvelata dal tempo).

E’ chiaro che gli scrittori dovrebbero essere sempre pronti ad ascoltare, ma questo da solo non basta, perché oggi c’è un numero straripante di persone che quasi non sono più capaci di parlare e che si esprimono con le frasi dei giornali e dei mass media e sempre più dicono le stesse cose, che pure in realtà non sono le stesse cose. Solo grazie alla metamorfosi, assunta nel significato più radicale che qui ho dato a questa parola, sarebbe possibile sentire ciò che un uomo è al di là delle sue parole, la vera sostanza di un essere vivente non è possibile coglierla se non in questo modo. E’ un processo enigmatico, di cui praticamente non è ancora stata esplorata la natura, eppure non c’è altra maniera di accedere davvero a un’altra persona. Si è tentato di definirlo in vari modi, si è parlato per esempio di empatia o immedesimazione, ma per motivi che ora non posso esporre preferisco “metamorfosi”, che è una parola più pretenziosa. Ma comunque lo si voglia definire, difficilmente qualcuno oserà mettere in dubbio che si tratti di un processo reale e molto prezioso. Sono dunque incline a ravvisare la vera missione dello scrittore nel suo esercizio ininterrotto della metamorfosi, nel suo bisogno stringente di calarsi nelle esperienze di uomini di ogni tipo, di tutti, ma specialmente di quelli che sono meno considerati, nel far uso di questa capacità senza mai stancarsi e in un modo che non sia intristito o paralizzato da schemi preordinati”.

Il testamento spirituale di Monaco

e qualche previsione per i giorni nostri

Per la sintesi delle sue esperienze che raccoglie e per il periodo nel quale è stato pronunciato, questo discorso di Monaco di Baviera può essere considerato il testamento spirituale di Elias Canetti, la sua definitiva e immodificata concezione dello scrittore, con elementi di una attualità così penetrante da sorprenderci (come già sorprendono alcune sue intuizioni disseminate nei molti scritti che Adelphi ha pubblicato), soprattutto con il riferimento alla “capacità di parlare” delle persone e alla loro assuefazione nelle forme e nelle formule dei giornali e dei mass media (Canetti sembra quasi prevedere l’incultura della ripetitività dei messaggi dei social network). Il suo discorso, basato sulla necessità delle metamorfosi, ripreso da Youssef Ishaghpour nel suo “Elias Canetti – Metamorfosi e identità” Bollati Boringhieri, 2005 pagg 1-271, è un approccio concreto e saldo alla speranza, perché la trasformazione consentirà allo scrittore di penetrare nello spirito delle persone, di farsi a sua volta spirito di quelle persone che la sua umiltà riuscirà a studiare: non già per controllarle, come volevano le ideologie che hanno imperversato e brutalizzato l’Europa nella prima metà del Novecento, ma per esprimersi per loro e per fare quella letteratura che porterà alla pace, ultima grande aspirazione di Canetti prima della sua scomparsa a quasi novant’anni. Il saggio sulla missione dello scrittore, infatti, contiene riflessioni molto profonde, diremmo le più impegnative che si possano configurare per un intellettuale: la responsabilità della guerra, uno dei temi fondanti dell’opera del premio Nobel del 1981. E quello che abbiamo fin qui riportato segue una parte per così dire introduttiva, nel corso della quale è giunto ad affermazioni così incisive: “alla situazione che ha poi reso la guerra davvero inevitabile si è arrivati per mezzo di parole, parole su parole usate a sproposito. Se così grande è il potere delle parole, perché esse non dovrebbero anche essere in grado di impedire la guerra? Non c’è affatto da meravigliarsi che uno che ha a che fare con le parole più degli altri, abbia anche, rispetto a costoro, maggiori aspettative sulla loro efficacia”.

(Nell’immagine: “Narciso” di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio)

Ma la profondissima analisi di Canetti non finisce con l’individuazione della metamorfosi dello scrittore prima descritta, addentrandosi nell’esame dei miti: “Il rifiuto dei miti, che è un tratto caratteristico della nostra epoca, è spiegabile appunto in base ad ogni sorta di abusi che di questi miti sono stati fatti. Essi sono visti come menzogne perché se ne conoscono soltanto le strumentalizzazioni, e scartando queste si scartano anche i miti in quanto tali. Le metamorfosi che ancora essi testimoniano sono ritenute indegne di fede. Dei miracoli in essi narrati si crede soltanto a quelli che poi sono stati confermati dalle scoperte scientifiche, senza pensare che ciascuna di esse ha nel mito il suo modello originario. Ma ciò che a prescindere dai loro specifici contenuti costituisce la peculiarità dei miti è la metamorfosi che in essi si attua. Grazie alla metamorfosi l’uomo è diventato quello che è. Grazie ad essa si è appropriato del mondo, lo possiede in parte, e che alla metamorfosi egli debba il suo potere lo si ammette facilmente, ma ad essa egli deve qualcosa di più e di meglio, le è debitore della sua pietà”, che viene allo scrittore, come e più di ogni altro uomo, dall’accettazione della sua responsabilità:

Pietà dello scrittore e speranza per l’umanità

“La pietà non ha alcun valore se viene proclamata come sentimento generico e indeterminato. Essa esige la concreta metamorfosi in ogni singolo essere che vive e che c’è. Nel mito e nelle opere letterarie che ci vengono tramandate lo scrittore apprende ed esercita la metamorfosi. Ma egli non vale nulla se non l’applica incessantemente al mondo che lo circonda. La vita che lo pervade mille volte, e di cui egli percepisce separatamente ogni singola manifestazione, non si compendia in lui in un mero concetto, ma gli dà l’energia di contrapporsi alla morte e di attingere così ad una sorta di universalità. Non può essere compito dello scrittore lasciare l’umanità in balìa della morte”. E verso la conclusione del suo discorso di Monaco, Canetti descrive il “vanto” dello scrittore che saprà opporre resistenza ai banditori del nulla”, al punto da ricavare da tutte le sue riflessioni questa che definisce la legge dello scrittore: “Nessuno sia respinto nel nulla, neanche chi ci starebbe volentieri. Si indaghi sul nulla con l’unico intento di trovare la strada per uscirne, e questa strada la si mostri ad ognuno. Si perseveri nel lutto e nella disperazione per imparare la maniera di farne uscire gli altri, ma non per disprezzo della felicità, che compete alle umane creature, benchè esse la deturpino e se la strappino a vicenda”.

Elias Canetti, La coscienza delle parole, Adelphi, 1984, pagg. 1-403