NON UNA MA DUE CENTRALI DEL GAS NELLA VALLE PELIGNA: SARA’ UNA MORTE LENTA

281

IL SECONDO IMPIANTO STA PER SORGERE AL NUCLEO INDUSTRIALE – INTANTO LE ASSOCIAZIONI AMBIENTALISTE A LIVELLO REGIONALE PENSANO SOLO ALLE TRIVELLAZIONI IN ADRIATICO – I DATI STATISTICI SUL CONSUMO DI ENERGIA E LE PREOCCUPAZIONI DEI MEDICI

19 FEBBRAIO 2022 – Il pesante rincaro dei costi per l’energia ha riportato in primo piano la necessità di sollevare l’intero Paese dalla dipendenza da fonti fossili, che sono collocate nella quasi totalità (98% quanto a gas) all’estero. Ma, per quello che riguarda direttamente la Valle Peligna, il tema diventa una questione di vita o di morte alla luce del recente intervento che i “Comitati cittadini per la tutela dell’ambiente” hanno diffuso in occasione della protesta dei Comuni italiani con l’oscuramento dei monumenti in ogni città, ivi compreso l’acquedotto medievale.

La cattiva notizia viene dal progetto per la costruzione di un’altra centrale a gas nel nucleo industriale, cioè ancora più vicino al centro abitato. Si aggiungerebbe a quella, già in fase  prodromica alla realizzazione (manca solo l’accesso delle ruspe) a Case Pente, vicino al cimitero. La concomitante entrata in funzione dell’altra centrale, addirittura di dimensioni maggiori di quella già finanziata dalla SNAM, segnerebbe il definitivo collasso sotto il profilo igienico-sanitario della Valle Peligna, già sotto bersaglio per la sconvolgente vicenda della discarica di Bussi. Costringerebbe gli stessi investitori del settore turistico a rivedere la loro presenza. I medici hanno già detto la loro in ordine alle conseguenze che, soprattutto sulla popolazione più giovane e pre-adolescenziale, l’inquinamento connesso alla centrale di Case Pente provocherà. Raddoppiare una presenza massiccia di centrali del gas significherebbe produrre permanentemente, nell’arco intero delle 24 ore e per tutti i giorni dell’anno, una progressiva asfissia che colpirebbe a questo punto tutta la popolazione, con significative e irreversibili patologie.

Approfondiamo quello che hanno scritto i “Comitati” il 9 febbraio scorso: “Il nodo strutturale da sciogliere, se si vuole combattere davvero il caro bollette, è quello della eccessiva dipendenza del nostro sistema economico dal gas. Solo riducendo fortemente questa dipendenza e incrementando in maniera significativa le fonti rinnovabili il nostro Paese potrà conquistare una sostanziale indipendenza energetica e di conseguenza ridurre nettamente le bollette di gas e luce. Infatti, per quanto riguarda la bolletta del gas il costo della materia prima, cioè del metano, incide per il 60,5%, mentre per la bolletta elettrica l’incidenza del gas è del 45%.L’Italia importa il 95% del gas che consuma (76,2 miliardi di metri cubi nel 2021), e di questo il 40% proviene dalla Russia, al centro, insieme all’Ucraina, di una grave crisi internazionale nella quale proprio il gas gioca un ruolo di primo piano. L’Italia è, in Europa, il Paese che ha la più ampia diversificazione delle fonti di ingresso del gas (6 metanodotti e 3 rigassificatori). Ciò nonostante è tra quelli che hanno subito i maggiori rincari : rispetto allo scorso anno abbiamo avuto la quadruplicazione dei prezzi del gas e la triplicazione di quelli dell’elettricità. Anche tenendo conto degli interventi del governo, per il primo trimestre del 2022 l’aumento sarà del 55% per la bolletta elettrica e del 42% per quella del gas. Questo perché i prezzi si formano negli hub europei e risentono del mercato globale del gas, fortemente condizionato dalle situazioni geopolitiche internazionali. Abbiamo un Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) del tutto superato, che prevede una riduzione delle emissioni climalteranti del 37% alla fine di questo decennio, mentre il Green Deal europeo stabilisce una riduzione del 55% e una copertura da rinnovabili del 72% per la parte elettrica. Le grandi società italiane del settore energetico, sostenute dal governo, continuano a spingere sull’utilizzo delle fonti fossili e nello stesso tempo portano avanti, senza vergogna, fuorvianti campagne di greenwashing (vedi la propaganda Eni al festival di San Remo). Tutto questo mentre la produzione di elettricità verde è del 37 % quando invece dovremmo moltiplicare di almeno sette volte la potenza verde installata annualmente. Mentre nel mondo si sta sviluppando la trasformazione della mobilità verso la trazione elettrica l’Italia non ha ancora una strategia per la transizione del settore automotive, la cui crisi comincia ad avvertirsi pesantemente, come testimonia (dopo i casi della Gkn e della Bosch) l’annunciata riduzione dell’occupazione anche alla Marelli, che per ora sembra non toccare lo stabilimento di Sulmona. Il governo Draghi e il ministro Cingolani, a livello europeo, sostengono l’insensata tesi che gas e nucleare sono fonti “verdi””.

Alla luce dello “stop” che i governi di tutto il mondo (e specialmente quello italiano, per le ragioni esposte dai “Verdi) dovranno imporre allo sfruttamento delle fonti fossili, la costruzione di centrali come quelle di Sulmona presenta anche i caratteri di impianti di tecnologia superata, operanti in un settore che segnerà una profonda recessione. Rimarranno ferri vecchi nel volgere di poco tempo; ma intanto avranno distrutto una intera economia.

E c’è dell’altro: nei giorni che ci separano dall’annuncio del caro-bollette e della protesta dei Comuni, si sono susseguiti interventi tesi a rimarcare il pericolo per l’incremento delle trivellazioni in Adriatico. Non una voce a livello regionale, non un partito, non un consigliere regionale, non le stesse associazioni più riconosciute nel mondo della protezione dell’ambiente hanno mosso un dito per questa seconda centrale in Valle Peligna. E questo è l’aspetto per ora più preoccupante perché manifesta una sorprendente condotta dalla doppia faccia, già riscontrabile in tutto quello che sempre a livello regionale e tra le cosiddette associazioni più rappresentative si è percepito per il riversamento di fanghi tossici nella discarica di Noce Mattei, alle Marane di Sulmona, e lo sversamento di rifiuti indifferenziati di tutta L’Aquila nel sito accanto. Il primo imposto dalla Regione in forza di una giugulatoria convenzione per l’impianto. Il secondo addirittura facilitato in anni recenti dalla sconsiderata gestione del “COGESA” di Vincenzo Margiotta, che poi spara querele ridicole e, come ha scritto il Procuratore della Repubblica Bellelli, strumentali, e che ha allargato l’ambito di operatività fino a Tornimparte passando per L’Aquila, cioè ha trasformato la Valle Peligna in un immondezzaio.

Su questa trasformazione si giocherà la sopravvivenza della città e chi rimane non è intenzionato a dire una parola di meno. La giunta di Gianfranco Di Piero dovrà dimostrare di essere all’altezza. Da domani.