NUOVI CONTRIBUTI LETTERARI ALLE TESI ANTI AUGUSTEE

276

FILO-ANTONIANI DEL DOPO OVIDIO – VIENE DALL’AMERICA LA PIU’ RECENTE CRITICA ALL’IMPERATORE CHE RELEGO’ IL POETA

Non gode adesso di buona stampa l’imperatore romano Ottaviano Augusto, almeno a giudicare dalle ultime opere biografiche, che lo dipingono come persona assolutamente dedita alla gestione e all’incremento del potere: non solo quello di Roma, ma soprattutto quello personale. L’esempio fresco di stampa viene da “Augustus – Il romanzo dell’imperatore”, di John E. Williams, edito da Castelvecchi. L’autore premette di non aver compiuto un lavoro storico e di aver molto liberamente interpretato il materiale che la fondazione Rockefeller gli ha consentito munificamente di esplorare: dice onestamente che il suo intento era quello di  dar vita ad un’ “opera dell’immaginazione”. Ne esce un Cesare Augusto assai cinico, per non dire perfido: egli stupisce i suoi stessi amici di sempre, che restano ammutoliti per la scelta di combattere drasticamente Marco Antonio a Modena, consentendo la fuga del congiurato Decimo, al quale proprio il valoroso sostenitore di Giulio Cesare, quello che Shakespeare dipinge divinamente nella orazione davanti al cadavere del più grande condottiero di tutti i tempi, stava cingendo l’assedio da mesi. E ne emerge, per contrasto, la figura di un Antonio generoso, impulsivo sì, ma fedele al voto fatto di sterminare gli assassini delle idi; conquistatore di grandi territori e finanche politico lungimirante nella alleanza con Cleopatra e nel tentativo di dare un futuro a Cesarione che la regina d’Egitto aveva avuto dal “divo”. Augusto no, non meriterebbe l’elogio della storia.

Ora tutto questo può ascriversi ad una certa condizione di inferiorità che gli americani conservano nei confronti del primo imperatore romano e di tutto quello che ha saputo fare per organizzare un apparato invincibile, durato poi altri cinquecento anni: un complesso frustrante che trae origine dalla ovvia constatazione che nessuno ha saputo fare di meglio in duemila anni. Per qualsiasi imperatore, e non solo per Cesare Augusto, non sarebbe stato neppure ipotizzabile non riuscire a catturare in tutto il mondo conosciuto un nemico dichiarato che avesse incendiato il Campidoglio. Deve procurare molto rancore nei confronti dei Romani, anche a distanza di duemila anni, sparare migliaia di tonnellate contro le montagne afgane e usare dispositivi di alta tecnologia e perdere per giunta migliaia di soldati senza cavare un Bin Laden dal  buco.

In realtà, non solo dall’America viene una certa, penetrante critica all’operato di Augusto nella letteratura degli ultimi decenni. Ed un evidente riscontro di questo nuovo atteggiamento è dato dall’altro, importante romanzo scritto sotto forma di autobiografia, “Io, Claudio” (del francese Robert Graves), cioè da quella documentatissima storia ascritta con fantasia alla stessa voce narrante dell’imperatore (ma con tantissimi riscontri oggettivi, di certo più rigorosi di quelli di Williams) che è in libreria da un paio di decenni  (e che, nella presentazione di “Augustus” è citata per formare, con “Le memorie di Adriano” il trittico dei “migliori romanzi storici mai scritti sull’antica Roma”). Il primo imperatore umanista, colto, pacato, ripercorre tutte le tappe delle debolezze e talvolta delle odiose imprese che Augusto compie a tratti contro i suoi stessi familiari, compreso il giovane e balbuziente rampollo della gens claudia, sempre restando succube di una Livia ancora più gelida di lui nella gestione del potere. Nel romanzo di Graves c’è anche un (fugace) accenno al destino di Ovidio Nasone per sostenere che l’ipotesi moralizzatrice della relegazione era poco credibile.

Orbene, il quadro delineato da questi romanzi che suscitano un crescente interesse tra i lettori e costituiscono ormai un filone rilevante della letteratura su Roma, è un mosaico di profonda critica verso Augusto e di altrettanta, scandita ammirazione per quella “corrente filo-antoniana” che ha attirato Ovidio Nasone e forse lo ha coinvolto nell’ “error” alla base della sua relegazione a Tomi. Il prof. Luciano Canfora, che ha fornito un rilevante apporto alla ipotesi della punizione di Ovidio per il suo richiamo ad un “colpo di Stato” di Augusto (la prima “Marcia su Roma”), ha usato toni molto critici sul romanzo di Williams (sul “Corriere della Sera” del  26 luglio 2010). Il contributo del filologo ed il suo rigore analitico, peraltro, confermano che proprio sui documenti deve essere compiuta la valutazione del destino del poeta sulmonese nelle drammatiche fasi dell’anno 8 dopo Cristo. Ormai un grado di questo processo si è consumato con l’affermazione della ipotesi politica della tremenda e irrevocata punizione di Ovidio. Manca la sentenza d’appello; ma non c’è fretta, dato che sono passati i primi duemila anni. Mai come in questo caso celeritas è nemica di veritas e di iustitia.

LA DIFFICILE IPOTESI DI SPINOSA.

Dice Antonio Spinosa di Augusto: “Il principe salvò dal rogo soltanto gli antichi libri sibillini che lui utilizzava come strumenti di potere politico, e per essi dispose una particolare protezione raccogliendoli in teche d’oro nel tempio di Apollo al Palatino, non senza aver provveduto a epurarli dei passaggi che non rientravano nella sua visione di padrone assoluto dell’impero. Fra gli epurati, si continuava a parlare in continuazione di Ovidio. Più che i versi piccanti dell’Ars amatoria, potevano pesare nella sua condanna altre circostanze mai interamente svelate. Egli stesso, alludendo alla coincidenza di due elementi – “duo crimina, carmen et error” – non disse mai nè quale errore nè quale crimine gli imputassero. Augusto lo condannò perchè si era unito a Giulia? Poteva anche essere questa la cagione dell’esilio, ma c’era qualcosa di più che non si riusciva a capire. Ne discutevano tutti a Roma, sul Palatino, nella Curia, ai bagni. Si leggevano i suoi versi sperando di scoprirvi l’arcano. Qualcosa egli lasciava sospettare, ma molto poco, sicchè le congetture non avevano fine. Si diceva che il poeta avesse involontariamente e sventuratamente scorto Augusto scherzare con la figliola Giulia più di quanto non fosse permesso alle tenerezze di un padre. Era uno scherzo incestuoso, e assistere a quella scena gli costò caro. Ovidio nei suoi versi accenna soltanto a qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, come causa della sua condanna e non va oltre”. (Spinosa, Augusto il grande baro, Mondadori, 1996, pagg. 138 e 139)

“Si poteva pensare – continua l’autore – che l’incesto imperiale si nascondesse dietro alcune sue parole: “Perchè vidi incautamente una cosa? Perchè feci colpevoli i miei occhi? Perchè il fato volle che io scoprissi una colpa? Atteone vide ignuda Diana; lo fece senza volerlo, eppure fu sbranato dai cani. Nella visione degli dèi la colpa e l’offesa, anche se involontarie, sono un delitto, e bisogna scontarlo”. Il richiamo all’immagine di Diana nuda non sarà stato casuale; proprio quella nudità fece probabilmente pensare a una scena d’amore proibita, come ragione dell’esilio (nell’olio su tela “Diana e Atteone”,  Louis Galloche, 1725 ca., San Pietroburgo, Ermitage). Il poeta sperava tuttavia di salvarsi in quanto, diceva, la sua colpa non era connessa a un fatto di sangue. Scongiurava il principe, “testa del mondo”, caput orbis, di aver pietà di lui, così come Alessandro Magno, il condottiero dell’Emazia, si era ognora mostrato clemente. Non è certo che il richiamo al macedone piacesse ad Augusto il quale non gradiva una palese comparatio con il sovrano di cui segretamente ambiva seguirne le orme, in forza di un’irrangiugibile imitatio Alexandri.

Difficile era la situazione di Ovidio, e difatti era stato condannato anche il “vergognoso poema” dell’Ars amatoria. Il Libro fu bandito dalle biblioteche pubbliche come manuale del perfetto adultero. “Sono accusato” scriveva ” di essermi fatto maestro di una disciplina indecente come l’adulterio”, “obsceni doctor adulterii”. Lui si rendeva conto che Augusto non avesse molto tempo per leggere i versi incriminati, impegnato com’era a sottomettere la Pannonia, o a temere per la costa illirica, la Rezia e la Tracia o per l’Armenia, i Parti e la Germania. Ma se fosse riuscito a leggerli, aggiungeva, avrebbe visto che non erano contrari alla legge e che non insegnavano alle giovani spose romane a trasgredirla. Rilevava come la questione fosse un’altra, nel senso che qualsiasi libro una matrona avesse preso tra le mani, vi avrebbe trovato l’occasione per una condotta indegna qualora avesse avuto cattive inclinazioni naturali.

“Ovidio nei suoi versi lodava le bellezze di Giulia, a lui ben note. Del resto la ragazza decantava se stessa, gioiva del proprio corpo flessuoso e delle lunghe abluzioni cui si dedicava come in una cerimonia rituale nelle assidue frequentazioni delle Terme romane. Vasto era lo stuolo di schiave e schiavi addetti alla sua persona. A ognuno era affidato un compito particolare: a veste matutina, il servo che le preparava gli abiti per il risveglio; a purpura, quello che le porgeva i pepli di porpora e a veste magna chi le preparava i vestimenti da cerimonia. Chi aveva cura dei suoi abiti durante il bagno alle terme si chiamava capsarius, mentre vestiplicae erano le guardarobiere di casa”.

Alla luce dei numerosi, recenti contributi che raccogliamo in questa sezione, appare non convincente l’ipotesi, affacciata da Spinosa, su quello che Ovidio avrebbe visto di incestuoso. E’ una “voce” che non viene indicata come attendibile: una mera ipotesi, della quale l’autore non cita neppure la fonte, al contrario dei numerosissimi, puntuali riferimenti, anche filologici, che Luisi e Berrino citano nei testi pubblicati dal bimillenario della relegazione (2008) in poi. Debolissimo si rivela anche il riferimento  ad Atteone che sarebbe stato sbranato solo per aver visto Diana nuda. Meno che meno Augusto avrebbe dovuto privare Roma di un poeta che cantava l’Impero con toni eccelsi (nei “Fasti”, ma anche negli ultimi libri delle stesse “Metamorfosi”) senza che ai posteri venisse trasmesso, nei versi del Sulmonese, un sia pur labile indizio di incesto (e, infatti, nulla di questo traspare anche a voler assecondare le più libere ed arbitrarie fantasie interpretative). La collocazione dell’error, dunque, si giustifica molto meglio nella scelta per la “salus rei publicae” alla quale il grande Ovidio dimostrava di essere sensibile molto più che verso ogni altro divertimento letterario o pettegolezzo di corte che si vogliano elevare a motivo della relegazione.