Panorama reale e impietoso sulla Sulmona di oggi

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19 DICEMBRE 2011 – Di una “crisi economica senza sbocchi” parla un interessante articolo sul comprensorio di Sulmona pubblicato nell’ultimo numero di Panorama con il plastico titolo “Sulmona chiusa per fuga”, a firma di Antonio Galdo, con la collaborazione di Giuliana Susi. Si riportano le vicende che ormai

da una ventina d’anni riguardano le industrie; e si parla anche del tracollo del numero di fabbriche di confetti. Il che è tutto dire.

A parte qualche imprecisione, come l’asserita preferenza di Ovidio per il Montepulciano d’Abruzzo (che è vitigno importato dai Medici molto più di mille anno dopo delle “Metamorfosi”),  è resa molto bene la prospettiva di industrie inquinanti che stanno in agguato e sulle quali la battaglia degli ambientalisti si va facendo sempre più serrata e soprattutto documentata. Va anche detto che meno rigorosa, a parte qualche eccezione, è la risposta, sul punto, degli amministratori, che davanti a progetti di industrie-spazzatura, non dicono subito di no, per le complicazioni sul piano della occupazione. L’articolo riferisce  anche la “querelle” tra quanti pretendono gli aiuti di Stato per incentivare lo sviluppo e chi, invece, sostiene che i peligni debbano vedersela da soli. Sostenere questa ultima opzione vuol dire trascurare che il “miracolo” degli anni Settanta per l’area industriale di Sulmona è stato possibile solo per gli incentivi che tutte le industrie hanno ricevuto e che una industria nel senso stretto della parola, senza indebite estensioni di significati alla “industria turistica” o “culturale”, in tanto è possibile nella società attuale e in Italia in quanto è sorretta dalla mano pubblica. Si potrà dire che non è una bella prospettiva; ma per adesso è così.

Inoltre, quello che emerge dall’ attuale… panorama della Valle Peligna è la assoluta disarticolazione dal contesto regionale, nel senso che per Sulmona non si pensa al suo potenziale ruolo nell’Abruzzo. La posizione centrale ed i collegamenti stradali (una volta si diceva anche ferroviari, ma è meglio lasciar perdere) dovrebbero candidare la città ad essere sede di uffici di rilievo regionale, visto che ci sono anche le strutture per ospitarli; e di rilevanti apparati sanitari, che possono essere costruiti al posto dei capannoni fatiscenti.

Questa potrebbe essere la risposta alla deindustrializzazione. L’insediamento di fabbriche quali che fossero ha portato al caos, alla fragilità del sistema e al sacrificio di risorse enormi, prima di tutte le aree sulle quali sono state realizzate le infrastrutture, tra l’altro con lentezza esasperante. Adesso sembra giunto il tempo di pretendere il sostegno (ovviamente diverso dagli incentivi  non più consentiti) che venga dalle scelte di un governo regionale impegnato una volta per tutte a programmare piuttosto che a rincorrere i deficit di spesa.