QUANDO I SINDACI BORIOSI SE NE TORNANO CON LE PIVE NEL SACCO

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DI PIERO E BIONDI HANNO SFODERATO SICUMERA – GLI EFFETTI MATURANO CON IL TEMPO

3 AGOSTO 2023 – Cosa collega la sicumera di due sindaci peraltro tanto lontani nelle idee, nelle esperienze politiche, nel ruolo delle città che li hanno eletti? La necessità di uscire da una impasse pur avendo pochissimi argomenti.

Era tanto sicuro del fatto suo il sindaco dell’Aquila, Biondi, che la ASM del capoluogo regionale ha dovuto rivedere in men che non si dica l’impostazione di fondo dei rapporti con il Cogesa. Dalle pendici del Gran Sasso hanno dovuto abbandonare lo sfoggio di sicurezza per lasciar posto alla realistica valutazione delle conseguenza della propria condotta: cioè alla maturità dopo le effervescenze della pubertà, che si erano espresse con il residuo di antiche muscolature: “O prendete i rifiuti dell’Aquila, oppure fallite, visto che siamo il maggior contribuente”.

Adesso, a meno che non si risvegli il doroteo Gianfranco Di Piero e riprenda il posto di Nicola Guerra, i rifiuti conferiti alla discarica di Noce Mattei saranno pagati per quello che valgono. E, in più, saranno versati gli arretrati del 2023, circa 350 mila euro, che almeno contribuiranno a ritardare il fallimento o la liquidazione del Cogesa. L’ultimatum di Di Piero (cioè del primo cittadino nel territorio dove l’indifferenziata aquilana sarà scaricata senza essere trattata ed esaurirà le risorse sulmonesi) era durato sei mesi invece dei quindici giorni messi in preventivo. E, se fosse stato proprio l’ultimatum di quel sindaco, sarebbe durato per altri sessanta o centoventi mesi. Pare che la decisione del presidente del Cogesa, Nicola Guerra, di impedire lo scarico del solito tir quotidiano proveniente dall’Aquila (nella foto del titolo) abbia condotto a più miti consigli gli aquilani, che si sono dovuti anche allineare alle tariffe pagate dagli altri Comuni. Per parte sua, delle macerie alle quali abbandonerà il destino di Sulmona Gianfranco Di Piero non risponderà, per quel processo di rimozione che colpisce quasi sempre gli elettori e, in genere, i cittadini quando all’orizzonte si affaccia un altro, grave problema da affrontare. E’ probabile, così, che quando dovranno essere individuate altre aree per allargare la discarica; oppure quando altri miasmi invaderanno le Marane o la stessa Piazza XX Settembre, di Gianfranco Di Piero nessuno avrà memoria; del suo esperimento da sindaco rimarrà il ricordo come del suo esperimento da assessore negli anni Ottanta. Rimarrà, cioè, una ricorrente domanda: “Ma di concreto, che ha fatto?”.

Altri draghi si affacciano all’orizzonte, dopo il “lasciar fare” di questi due anni. E sono le risposte da dare quando i nodi potrebbero venire al pettine anche per altri appalti, diversi da quello sulle mense, nel quale nessuno lo ha visto in azione, né a rimboccarsi le maniche per controllare se funzionari e dirigenti comunali stessero facendo bene il loro dovere, né a prendere contromisure e assumere l’impegno di garante affinché non si ripeta la gaffe (per non dire altro) di un appalto da tre milioni di euro annullato in un quarto d’ora sotto le spallate di un richiamo ad una legge centenaria. Piuttosto l’abbiamo sentito lanciare una scialuppa al capogruppo del PD, con parole di grande elogio. Non era chiaro, veramente, se la scialuppa fosse di salvataggio per il capogruppo o per se stesso: più la seconda ipotesi, perché il naufragio di una procedura così importante si rifletterà in termini di tenuta della maggioranza piuttosto che di conservazione del ruolo di capogruppo politico.

Se un altro paio di appalti dovessero rivelare le stesse, abissali illegittimità al punto da diventare inoperanti e, in sostanza, paralizzare anche i relativi servizi comunali, la differenza tra illegittimità e improcedibilità passerà alle cronache politiche del Comune di Sulmona come l’eco dell’ultima difesa di un presuntuoso, cioè di chi pretende di nascondere nelle illusorie differenziazioni verbali la propria incapacità a gestire il ruolo e, al tempo stesso, la velleità di abbindolare gli interlocutori invece di riconoscere di non aver fatto il proprio dovere. Qualcuno é cascato nell’originale allestimento da incantatore di serpenti: cioè il giornalista che all’indomani della performance del sindaco in chiusura di consiglio comunale ha scritto in un titolo del “cavillo” per una legge del 1924. Se una norma prevede dei rimedi per l’eccezionale caso nel quale a rispondere ad un appalto pubblico è una sola impresa e se quella norma ha sfidato il tempo, tanto cavillo non deve essere, soprattutto, poi, se viene rispettata da tutti gli altri Comuni. Di Piero dovrà farsi una ragione del fatto che non riesce a modificare con le parole la realtà delle cose: un po’ perché il suo eloquio é tutt’altro che travolgente e convincente, un po’ perché gli argomenti necessitano di rigorose verifiche prima di essere esposti e lui sabato mattina ha dato l’idea di una grande confusione, in quel tentativo di lanciare una scialuppa di salvataggio al capogruppo PD per non dare l’impressione di essere lui il naufrago.

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