Quando i sogni fanno costruire i palazzi

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Si ha l’impressione che gli ingegneri italiani del primo dopo-guerra si siano divertiti molto a dare corpo ai sogni. Sarà stato il Futurismo, oppure una certa consapevolezza di essere protagonisti nel mondo,

casapoundo forse ancora la velleità di assorbire e rilanciare il mito imperiale: fatto sta che le forme che sono derivate dai progetti, anche in Abruzzo, dànno l’immagine di cose sognate alle prime luci dell’alba e catturate prima che il tran-tran quotidiano le ricacci nell’ambito dell’improponibile, del troppo fantasioso, dell’incomprensibile. Un esempio ? Una colonia marina, quella di Montesilvano (tra l’altro appartenuta al glorioso ente della Casa Santa dell’Annunziata a Sulmona) che doveva essere vista dall’alto perché apparisse per quello che il suo ideatore aveva disegnato: un aereo proteso verso il mare, con tanto di ali immense, nelle quali la persona troppo scrupolosa e concreta vede le finestre delle stanze dei giovani ospiti e, invece, il genio vede quello che l’ardimentoso architetto aveva progettato, cioè il mezzo per spiccare il volo dalla sabbia sul mare. E, dietro, la coda; e la carlinga, e una specie di  protuberanza che è il posto dell’elica. Il gioco era tale che gli àmbiti di quella immensa colonia marina erano chiamati, appunto, con i nomi delle parti di un aereo, rigorosamente in italiano, al modo del ventennio: carlinga o fusoliera, etc.. Insomma, sembra di avere a che fare con accaniti collezionisti di playmobil: e invece erano gli architetti (ma ancora non si chiamavano così, perché la facoltà universitaria appena costituita non ne aveva sfornati di famosi e di consolidata esperienza) che hanno realizzato quella briciola di futurismo lasciata al Novecento prima delle devastazioni della seconda guerra mondiale.

Non sono discorsi astrusi o adatti soltanto ai… laboratori delle idee. Palazzi a forma di navi sono stati costruiti anche in Abruzzo, per dare la sensazione di qualcosa che, pur stando fermo (anzi, ancor più è apprezzato nello star fermo, in terra di sismi ciclici) trasmetteva l’ebbrezza del movimento, di quel divenire continuo che cozzava con il passatismo dell’Ottocento.

Una carrellata di questa architettura a cavallo tra le due Guerre l’ha fornita con ampi richiami alle cose reali, a quelle già fatte e, purtroppo, in molti casi, già bombardate, il prof. Raffaele Giannantonio, in un’ora di documentata conversazione a Palazzo Mazara, nell’ambito delle conferenze indette da “Casapound”  e, come egli stesso ha sottolineato in apertura, davanti a molti giovani. Giannantonio non ha lavorato, nella sua ricerca durata ormai vent’anni e fonte di alcune pubblicazioni sul tema, solo sulla documentaristica usuale, che ovviamente ha in Pescara molti, rilevanti esempi. Cita anche l’esempio della scuola elementare di Campo di Fano (e stiamo parlando di una frazione di Prezza, non dell’Eur), ma poi attinge anche a Lanciano, a Giulianova, alla stessa Sulmona. Non un attimo di stanchezza nella esposizione (e stava parlando dell’arte di mettere pietra su pietra, non della battaglia delle Ardenne o delle Termopili).

Sventramenti. E’ il rovescio della medaglia di questo “governo del fare” che sentiva poco o nulla le ragioni diverse da quelle organiche: talvolta ragioni igieniche; qualche altra volta, necessità di ordine pubblico. Insomma, un bel graffio al contesto armonioso e sedimentato di molte città fu dato senza troppi complimenti e senza tanti indennizzi, mal ricopiando la legge per il risanamento di Napoli che peraltro è sopravvissuta (o resuscitata) anche alla normativa repubblicana del 1971, la cui fondamentale disciplina fu divorata pezzo dopo pezzo dagli interventi demolitori della Corte Costituzionale. Sventramenti “piacentini” che hanno riguardato anche l’Abruzzo, senza Piacentini. Oppure profonde innovazioni di spazi e di proporzioni che erano previste nello stesso Piano “Aschieri”: se un reduce da un campo di prigionia oppure un emigrato degli Anni Venti fosse tornato a Sulmona dopo l’attuazione di quel Piano, avrebbe immaginato di stare in un’altra città, tanto radicale sarebbe stata la trasformazione. Sarebbe stato un bene ? Ai posteri (ma a quelli di molte generazioni a venire) una sentenza ardua: perché quando si mette mano alle cose dell’urbanistica si finisce sempre con attingere alla filosofia e all’ideologia, cioè all’essenza del vivere sociale, in un’area nella quale il gioco fecondo dei playmobil deve durare di più dello spazio di un sogno di primo mattino.