Papa Benedetto chiede aiuto a Papa Celestino per riprendere il filo interrotto.
Si narra che Joseph Ratzinger avesse intenzione di far visita all’eremo di Celestino V già da quando si incominciò a delineare l’ipotesi del suo pontificato.
Pare fosse stata organizzata una visita, ma l’ultima neve di primavera non rendeva agevole salire quella roccia, che, seppure fatta a gradini, sempre ad un eremo conduce. Poi si disse che non fosse stato lui ad esprimere quel desiderio, ma un altro Ratzinger, il fratello. Una volta papa, a Benedetto XVI non era facile organizzare una corsa sul Morrone: già era tanto difficile rimanere in incognito al suo predecessore che si sceglieva all’ultimo minuto la pista da sci sul Gran Sasso. Figuriamoci come avrebbe potuto la “sicurezza” evitare giornali e telecamere per una visita alla pietra che si vede da tutta Sulmona.
Ma per un Papa che è davvero spinto dalla necessità di cambiare la Chiesa, l’incontro con Celestino V può essere rimandato, non evitato; tanto più non poteva essere evitato per Benedetto XVI che ha parlato in termini molto chiari intorno ai mali della Chiesa. E prima ancora di parlare ha preso decisioni fino a poco prima insospettabili, come la sostituzione di persone che dell’abito pare si siano fatte scudo per non commendevoli giochi di potere.
La grande Rinuncia di Pietro Angelerio, sebbene non l’unica, è stata la più eclatante, la più dirompente: ha lasciato un segno che rappresenta un buco nero nell’universo ecclesiale. Ha dimostrato che andarsene dal soglio papale non vuol dire tradire nessuno o mancare ad un impegno; non significa finire tra i dannati, ma diventare santo (certo, non soltanto per quella decisione finale). Quindi, chi ci resta deve farlo come si conviene al vicario di Cristo, non ha scuse. Lo “Spirito santo” che ha indirizzato i cardinali nell’elezione può indirizzare benissimo il papa nei suoi appartamenti e fargli decidere di andarsene se non si sente all’altezza o se vuole protestare per dire ai fedeli che così non si può continuare.
Per questo il colloquio di Celestino con ogni papa non si interrompe mai e può diventare più intenso dove l’eremita ha vissuto per tanti anni alla sua maniera, dove è tornato anche dopo aver deciso di lasciare la tiara.
Bisognerebbe sapere quante volte i papi hanno pensato a fare quel che ha fatto Celestino, per scoprire quanto sia importante il contatto con quell’eremo. Di certo si disse che più di una volta Paolo VI stesse per compiere la Grande Rinuncia, sconvolto più dai mali della Chiesa che da quelli del mondo.
Ora i moniti di Benedetto XVI si susseguono incessanti proprio sui temi interni della comunità ecclesiale, dalla pedofilia alla gestione del potere da parte dei preti che la preferiscono a quella delle anime. E pare che abbia anche smesso di proclamare tanti, troppi santi, come faceva Giovanni Paolo II. Il suo essere teologo affascina gli intellettuali; il suo rigore fa il resto. Ma affronta una fatica enorme, sebbene ci sia da dire che non solo per la sua indole teutonica è stato un combattente in ogni fase della sua vita: basta leggere la sua autobiografia scritta senza toni enfatici, ma ricca di episodi di grande contrasto, di scarsa inclinazione al compromesso. Nell’ultimo anno il “crescendo” della fermezza e la chiarezza delle parole hanno scavalcato e forse spiazzato gli anticlericali che paradossalmente predicano sulla missione del papa e anche quelli che pensavano di strumentalizzare le devianze dei preti per ridurre la Chiesa in cenere.
Che cerchi energie dalla vista del Morrone ?
Colloquiare con un eremita di ottocento anni fa non deve essere facile neanche per un teologo. Ma quell’interrogativo posto dalla rinuncia a soli tre mesi dalla elezione è rimasto sempre un filo interrotto, che il vicario di Cristo poco incline ai compromessi non può lasciare senza risposta. Forse, a leggerli bene, gli interventi di Benedetto XVI degli ultimi mesi, a parole e nei fatti, sono una continua risposta alla domanda incessante : “Si può restare, così, a fare il Papa, a impegnare il nome di Cristo?”.
Per questo il mondo aspetta quello che domenica dirà in piazza.






