CONFRONTI DEI BIMILLENARI DI OVIDIO E DEGLI INTELLETTUALI DI SULMONA
15 MARZO 2017 – Il confronto tra il Bimillenario della nascita di Ovidio e il Bimillenario della sua morte è fatto anche del confronto tra gli uomini che celebrarono il primo e quelli che dovrebbero celebrare l’altro. Dagli uomini nasce un prodotto. Ma questo arco di sessanta anni serve anche a percepire la differenza della città di allora, pur coinvolta in una crisi spaventosa che ne provocò una rivolta epica, e quella di adesso, che vota i parlamentari per approvare la legge che sopprime il tribunale.
Ettore Paratore fu il faro del comitato per le celebrazioni del 1957; di origini abruzzesi, non solo non rinnegò la sua terra, ma neppure la dimenticò quando era diventato il cattedratico da tutti riconosciuto, anche a livello internazionale. Fu negli anni Ottanta che in un articolo sulla qualificatissima terza pagina de “Il Tempo” (quelli ancora scritti con carattere ben distinto, gli elzeviri, che prendevano il nome dalla famiglia olandese degli Elzevier) indicava come motore di cultura una Accademia sulmonese, la “Cateriniana”, facendo proprio il nome del suo animatore, il canonico don Antonino Chiaverini (a sinistra nella foto del 1980 accanto al titolo), arcidiacono della Cattedrale, che aveva pubblicato molti contributi da letterato e non solo da uomo di chiesa; e che, soprattutto, aveva chiamato a tenere conferenze di altissimo livello dagli anni Cinquanta e Sessanta. Potremmo immaginare che adesso, in un qualsiasi articolo nelle decine di pagine che i quotidiani dedicano alla cultura, un cattedratico affermato indichi come prototipo del fare cultura in un piccolo ambito una istituzione o una associazione di Sulmona?
Fortunato fu quel tempo nel quale ci si poteva imbattere in queste significative sorprese.
Ma l’analisi della condizione attuale sarebbe sterile (e si risolverebbe in un piagnisteo) se non si guardasse alle cause che hanno determinato questa desertificazione. Nulla avviene per caso. E non è un caso se decenni di “cultura” pilotata dai politici e foraggiata dalle istituzioni pubbliche hanno lasciato il vuoto oppure hanno di tanto atterrito la qualità da fare un deserto della vera cultura. Per decenni frotte di “intellettuali” hanno ritenuto che il problema principale del loro “fare cultura” si risolvesse nel procacciarsi fondi per pubblicare molto e vivere di piccoli e grandi omaggi dei politici riveriti.
I tempi degli anni Cinquanta non erano solo quelli di don Chiaverini, che aveva la Chiesa dietro di sé (per quanto la Chiesa possa dirsi una formazione compatta); erano anche quelli del barone Alessandro Sardi, che portava a Sulmona il fior fiore della cultura romana a tenere i “giovedì letterari” nella villa di campagna. Luigi Leboffe (nella foto), redattore-capo della redazione province proprio de “Il Tempo”, ci riferì di essere giunto a Sulmona al seguito di Renato Angiolillo proprio in uno di questi giovedì letterari.

Luigi Leboffe, capo della Redazione Province de “Il Tempo” in una sua visita a Sulmona nel 1974; accanto a lui il corrispondente dell’epoca, Guido Vernacotola. Leboffe impresse nuovo vigore alle pagine provinciali; morì a meno di 40 anni
Dunque erano i tempi del pluralismo. Gli anni successivi sono stati quelli degli assessorati regionali che dispensavano anche centinaia di milioni di lire per “premi” e convegni che si risolvevano in pranzi pantagruelici e in inviti a tenere relazioni perché poi altri convegnisti potessero ricambiare gli inviti, sempre a spese della Regione. Niente si è aggiunto in fatto di ricerca; che poi era quella che animava persone come don Antonino Chiaverini e Alessandro Sardi. Il primo ha piuttosto rimesso di suo nelle pubblicazioni e negli inviti. Nei viaggi che abbiamo avuto la fortuna di compiere con lui quando ormai l’età gli aveva imposto di uscire dalla vulcanica attività della “Cateriniana”, abbiamo percepito sempre la freschezza di spirito dell’uomo in cammino, mai legato ad una esigenza materialistica, sempre impegnato nell’interrogare se stesso e la sua esistenza; e in questo e in altro davvero maestro dell’anima.
I discorsi che abbiamo captato nei convegni finanziati lautamente dalle istituzioni avevano ed hanno una base economica, dalla quale difficilmente riuscivano e riescono ad elevarsi. Può essere strano, a questo punto, che di Ovidio non si parlerà se prima non vengono approvati i finanziamenti pubblici? E c’è uno solo dei componenti dei comitati “ovidiani” che ha messo la mano al portafoglio per significare il proprio attaccamento alla città e la propria distanza dagli intenti speculativi?






