30 APRILE 2012 – Quasi vent’anni fa aveva preso una brutta china e poteva finire di storpiarsi.
Una mano premurosa lo legò con un doppio passaggio di corda ad un abete fortissimo e dritto che lo distanziava di cinque metri circa. Un poco alla volta, forse in dieci anni, quell’albero di legno nodoso e testardo aveva ripreso a camminare verso il cielo, senza distrarsi sul balcone della casa all’angolo con Via Corfinio.
C’era molta filosofia spiccia in quell’intervento: il forte che aiuta il debole, la correzione che evita il disastro.
La gente del sestiere di “Filiamabili” l’aveva preso a cuore: un esempio di partecipazione collettiva alla cura del verde. Eppure è bastato qualche giorno di neve a febbraio per spezzare quell’albero ormai diventato adulto. Troppo peso tutto da una parte, caduto forse proprio dall’abete possente che lo aveva aiutato. E’ rimasta una ferita, peggio che sanguinante: muta e non rimarginabile, perchè è tutto il fusto che si è tranciato. Poesia della neve che cade e prosa dei giorni successivi.






