FINALMENTE QUALCUNO DICE AL SINDACO AQUILANO QUELLO CHE E’
28 OTTOBRE 2014 – «Rispondo a quanto da lei dichiarato nell’articolo pubblicato ieri su “Il Capoluogo”, giornale on line dell’Aquila, non per alimentare la polemica, ma perché non posso esimermi dal farlo dato il contenuto offensivo delle sue dichiarazioni nei miei confronti e dell’intero Foro marsicano – scrive l’avv. Sandro Ranaldi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Avezzano, in una lettera aperta al sindaco dell’Aquila, dott. Massimo Cialente – Riguardo al bon ton che secondo lei io non conoscerei, posso riferire che il mio comunicato emesso quale presidente dell’Ordine degli Avvocati di Avezzano, in merito alle dichiarazioni da lei rilasciate al quotidiano “Il Centro” è stato talmente garbato e misurato nei toni, che più di un iscritto del mio Foro mi ha accusato di essere stato troppo edulcorato, per usare un eufemismo, nei suoi confronti. Loro avrebbero scritto ben altro. A questo punto penso che avessero ragione loro. Con quello che lei ha detto, ritenendomi meno intelligente di suo figlio piccolo, ha offeso me e l’intera classe forense marsicana. Lei non si è reso conto che io ho parlato a nome di 900 Avvocati e Praticanti Avvocati “inc … ti” sia per il momento di crisi che tutta la categoria sta attraversando a causa della grave congiuntura economica sia perché vivono nella incertezza del proprio futuro che, ad oggi, è fatto solo di proroghe. Noi vogliamo certezze per lavorare in santa pace, programmando come tutti gli altri professionisti il nostro futuro. Lavoriamo in un Tribunale efficiente, di cui scelleratamente è prevista la chiusura, con l’organico quasi al completo e con numeri superiori a quelli di L’Aquila. E lei che fa? Parla di accorpamento anticipato al 2016, quando sa bene che la proroga della chiusura dei Tribunali “minori” abruzzesi, tra i quali Avezzano, è fissata al 2018, e fa riferimento a “corpi aggiunti” per i Tribunali di Avezzano e Sulmona, usando parole di per sé discriminatorie. Io non l’ho sentita mai spendere una parola a nostro favore, ma il suo attuale comportamento manifesta il contrario. Il suo scopo è chiaro e manifesto, vuole portarci al più presto a L’Aquila per rivitalizzarla, ma noi non saremo i contadini veneti che andarono a bonificare la pianura Pontina; noi siamo fieri della nostra Marsicanità e stia pur certo che faremo di tutto per non venire a L’Aquila, per la quale nutriamo il massimo rispetto, volendo mantenere il nostro Tribunale. Per concludere, “i figli sò piezz’e core” e non vanno usati per battute che di spiritoso hanno ben poco».
Nei momenti di esaltazione che ogni tanto lo colpiscono, il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente diventa anche imprudente, oltre che inopportuno. E tira in ballo i propri figli, derogando alla norma categorica per la quale in politica è meglio tenerli lontani. Nel caso concreto, infatti, la prima domanda che si dovrebbe proporre al figlio di Cialente che capisce quello che Sandro Ranaldi non arriva a capire, sarebbe: “Cosa pensi di un sindaco che dà le dimissioni due o tre volte e per altrettante volte le ritira senza aver ottenuto nessuna delle cose alle quali aveva condizionato il ritiro delle dimissioni?”. La domanda è tanto semplice che potrebbe rispondere un Cialente… padre. E infatti lasciamo a lui immaginare la risposta. Se proprio vuole ergere a giudice il figlio (ed è sempre imprudente farlo), gli dovrebbe chiedere cosa pensa di un sindaco che toglie il tricolore da tutti i palazzi pubblici per fare un dispetto all’Italia, proprio quella Italia che sta pagando all’Aquila per danni determinati dal modo di costruire le case in una città altamente sismica (v. “Cialente chi? quello del tricolore ammainato?” e “Escono i soldi e a L’Aquila ricompare il tricolore”, “Il Prefetto taglia la cresta a Cialente” nella sezione SPIGOLI di questo sito). Insomma, sono domande alle quali un Cialente figlio non risponderebbe per non far arrossire Cialente padre; non perché non avrebbe le risposte.
Garbato e signorile sempre, l’avv. Sandro Ranaldi dovrebbe non escludere la polemica; e dunque dovrebbe alimentarla, mentre premette di non volerlo fare. Occorre alimentare la polemica con il modo di fare le case all’Aquila. Il modo di pretendere che venissero ricostruite a totale carico dello Stato le terze e quarte e quinte case in proprietà, alcune delle quali già diroccate prima del 2009 e concesse agli studenti a canoni sproporzionati. Il modo di tracciare i confini dei “crateri” su tutta la provincia per non lasciare risorse alle altre città, pure colpite dal terremoto. Il modo di pretendere che per ogni marca da bollo che si vende in Italia un euro vada comunque alla ricostruzione dell’Aquila senza che Cialente e il suo consiglio comunale abbiano ancora scritto un nuovo piano regolatore da quasi sei anni che la città è crollata per l’astuzia (vere volpi gli Aquilani…) di inserirla in una categoria sismica più blanda di quella che comprendeva Sulmona e Avezzano (città in provincia dell’Aquila, non di Bolzano; v. “Solo fuori dalle logiche di partito la battaglia per una giustizia efficiente” nella sezione GIUSTIZIA di questo sito). Il modo di telefonare in diretta, in una trasmissione televisiva, al presidente di una banca nazionale per prenderlo alla sprovvista qualche ora dopo il terremoto e farsi promettere il restauro di San Bernardino, come ha fatto l’aquilano Bruno Vespa, quasi che tutti quelli che fossero entrati in contatto anche telefonico con il dramma aquilano dovessero essere spennati vivi e chiedere perdono per non aver costruito case di cartone.
Contro questo modo di pensare e di agire è tutto l’Abruzzo che deve rivoltarsi e deve fare polemica, gentilissimo avv. Ranaldi, perché diversamente gli Aquilani continueranno a fare quello che hanno fatto per duecent’anni almeno, senza alcun rispetto degli altri. E addirittura passando alle offese personali, come fanno le persone che non hanno argomenti e sono soltanto arroganti. Agli Aquilani bisogna chiedere il conto in modo fermo e senza arretrare davanti alle escandescenze di un sindaco sempre più alterato e strologante. Serve farlo per impedire che continuino a procedere così, pensando che sia giusto farlo.
Intanto Renzi a L’Aquila non va ed è già passato tutto ottobre, mese dell’annunciata visita; e non è andato neppure D’Alfonso al consiglio comunale celebrato nel palazzo di giustizia, per assecondare una liturgia del vittimismo in voga da circa sei anni nel capoluogo di regione. Sono segnali entrambi; lo capirebbe anche un ragazzino che non avesse le doti di acume del figlio di Cialente. Con il suo modo di fare, Cialente sta condannando la sua città davanti all’opinione pubblica nazionale e ai suoi stessi amici di partito. E’ il primo del Pd a dire e a fare qualcosa di… sinistro.






