RELEGATO GIAMMAI CENSURATO

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LA GRANDEZZA DELL’IMPERO CHE NON CONDANNA OVIDIO ALLA DAMNATIO MEMORIAE – E SENECA NE FA UN CARDINE DELLE SUE ANALISI

28 DICEMBRE 2023 – Che Ovidio avesse raggiunto il posto ambito di intellettuale di riferimento nella cultura classica lo dimostra… Seneca, cioè il filosofo che è scaturito dalla formazione imperiale e a sua volta ha formato un imperatore. Il testo fondamentale sull’atteggiamento dell’uomo saggio davanti alle avversità della vita, il “De Ira”, è costellato di citazioni testuali dalle “Metamorfosi”: sia, per lo più, per aderire e servirsi degli ineguagliabili accostamenti del Vate di origini sulmonesi; sia, in rari casi, per dissentirne, ma comunque per riportarne l’esempio, a mo’ di materiale di studio e di confronto. Va premesso, a titolo di annotazione storica, che i richiami di Seneca alle opere di Ovidio dimostrano come la grandezza della Roma imperiale sia consistita anche nell’accettazione delle voci (e degli intellettuali) che il principe aveva respinto, allontanandole dalla caput mundi. A relegare Ovidio era stato Augusto in persona, cioè l’imperatore che fu elevato al rango divino e che, obiettivamente, ha rappresentato il cardine della costruzione del vero dominio universale dei Romani. Tuttavia, il precettore di Nerone prende ad esempio le descrizioni del poeta che non poté fare ritorno a Roma neppure dopo la morte di Augusto, all’epoca di Tiberio: neppure dopo le implorazioni per una “pena più lieve”, per una “distanza minore” dal centro dell’Impero. Dunque, non vi fu “damnatio memoriae” per l’opera di Ovidio, per quanto Ovidio avesse offeso l’Imperatore in persona e da un decreto, non da un processo, fosse stato relegato.

Quando scrive dei molti “misfatti” compiuti dall’uomo che si sottrae alla ragione ed eccede anche nella repressione dell’altrui atto di forza, quindi di una violenza non giustificata (“eliminato ogni riguardo per ciò che è migliore e più giusto gli impulsi sfrenati trovano slancio in ogni direzione, né i misfatti sono più tenuti nascosti”), Seneca riprende i versi del primo libro delle “Mutate forme”: “l’ospite non è più sicuro dell’ospite / né il suocero del genero e anche l’affetto fraterno è raro. / Il marito è impaziente della morte della moglie / e questa della morte del marito, / spietate matrigne preparano oscuri veleni, / il figlio fa anzitempo il conto dei giorni che restano al padre”. E il filosofo del primo secolo dopo Cristo, cioè dell’epoca nella quale si raccoglievano i frutti della lunga pace augustea, scrive delle divisioni che hanno segnato la società del suo tempo, cioè delle contrapposizioni che “Il poeta qui non ha descritto” (con riferimento alla grande opera di edificazione di un olimpo di principi e condottieri alieni da gretti interessi personali, quale si trova anche nei “Fasti”): “gli accampamenti contrapposti di coloro che dovrebbero essere uniti, le fazioni dei padri diverse da quelle dei figli, le fiamme appiccate contro la patria dalla mano dei cittadini, gli squadroni minacciosi di cavalieri che si aggirano da ogni parte per cercare i nascondigli dei proscritti, le fonti contaminate dai veleni, le pestilenze diffuse dalla mano dell’uomo, le trincee scavate intorno ai genitori assediati, le carceri piene, gli incendi che bruciano intere città, le tirannidi funeste, le congiure segrete per la rovina dei regni e stati”. Seneca, quindi, riconosce ad Ovidio un credito nei confronti dell’imperatore che lo ha relegato a Tomi: cioè quello di aver descritto, sì, i mali perenni dell’arrivismo e dell’ingordigia umani, ma di non averne sezionati gli effetti a livello sociale; di non aver descritto una Roma degradata nella coesione istituzionale, quella che sarebbe dispiaciuto al Principe veder raccontata in versi.

Lo stoicismo di Seneca conduce ad approdi assoluti: “Sia sufficiente la nostra coscienza, non preoccupiamoci della fama: ci accompagni pure una cattiva fama purchè ce ne meritiamo una buona”. Come non pensare alle “gentuccia” descritta da Ovidio quando si affolla nel palazzo della Fama: “Lì trovi la Credulità, lì l’incauto Errore, e la Gioia immotivata e gli sbigottiti Timori, e la Sedizione improvvisa e i Sussurri di incerta origine”? Quasi un anticipo dell’ambiente di Piazza XX Settembre, ove pure troneggia la statua di Ovidio del Ferrari.

Le relazioni tra le opere di Ovidio e quelle di Seneca sono state approfondite da Mazzoli (1970) e Borgo (1992) e pertanto citate da Rosanna Marino nei suoi commenti a “L’ira”, RL, Santarcangelo di Romagna, 2022, pagg 1-264, della quale cura la traduzione e redige il saggio introduttivo “Una vicenda millenaria”.

Nell’immagine del titolo: Fallen Angel (particolare), 1847, Alexandre Cabanel (1823-1889) Museo Fabre, Montpellier, Francia

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