SE I PENSIERI NON FILANO LISCI COME L’OLIO

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Riflessioni di Nicola Auciello dall’intenso “Questo e Quello”
Il diavoletto delle tipografie, che tanto angariava i linotipisti e i correttori di bozze fino agli anni Settanta, scacciato dalle tecnologie, si è trasferito nei computers e si diverte sulfureamente.

Così, invece di “ostinazione” del maratoneta sulmonese lungo la “Napoleonica”, nell’articolo dell’ultimo numero del “Vaschione” che riprendeva un capitolo di “Questo e quello” di Nicola Auciello, è stata pubblicata la “ostentazione” dell’infaticabile camminatore; il che, certamente, cambia il senso della modesta (e niente affatto ostentata) missione ai margini della statale 17.
Con l’occasione, dall’intenso volume del prof. Auciello (che insegna Storia della Filosofia all’Università di Salerno) riprendiamo alcune riflessioni (i titoli sono nostri).

PENSIERO EXTRAVERGINE

Diffido  dei pensieri che scorrono come olio e stento a credere che ce ne siano. Salvo qualcuno, ma solo al momento in cui compare per la prima volta; perché dopo appena un minuto anche lui si presenta imbozzolato e vischioso come gli altri, più simile a un grumo di farina che a una goccia d’olio – almeno nel mio caso.

Pag.212

SEDUTTORE AL (SUO) DOMICILIO

Sono in grado di amare qualcuno solo se è il suo amore a toccarmi per primo. Non dico che basti, ma certo è indispensabile che si faccia avvertire: il desiderio di essere desiderato esaurisce tutto il contenuto del mio diario di seduttore.

PIU’ CHE PERSUADERE, ADATTARE

Perciò, consultando la mia esperienza, direi che per prima cosa occorre dare un calcio come si conviene alla smania di confutare e di persuadere (qui vale meno di un fico secco). E poi, con cura e a tempo debito, bisogna disporsi a rimaneggiare per proprio conto l’idea di un altro. Piegandola, comprimendola ora di qua ora di là, pungendola, tagliuzzandola se occorre come una cavia, prelevandone parti ed organi da buoni empirici: prenderla, insomma, per come conviene a se stessi, assimilando quanto permette la propria misura e rifiutandone senza esitazione tutto il resto.

Pag. 129

FAME DI IDOLI

Si lascino gli idoli a che ne ha bisogno. (Anche se poi, detto tra noi, è difficile appurare chi non sia davvero tanto bisognoso. Gli idoli quietano la fame con poca spesa come fanno le foglie di coca. Che se poi uno di essi finisce che la riattizza, eccone già pronto un altro)

pag. 251.

POTREBBERO ESSERE  LIBERI E CERCANO UN PADRONE

Voglio dire insomma: uomini che, potendo, dovrebbero fare da padroni a se stessi (cos’altro sarebbe se no, una mente elevata?) li vedi che se ne trovano volentieri un altro. Maledizione, una qualità rara che se ne va in malora, un talento che si spreca: questo, per la precisione, è stomachevole.

Pag. 317

VITE E VESCICHE SGONFIE

Togli il qualcosa  per cui si vive di volta in volta (di qualsiasi specie, importanza, durata eccetera eccetera) e uno comincia a scimunirsi, io almeno non ci capisco più niente. Vivere diventa un affare come una vescica sgonfia, un osso secco. Mi aggrappo naturalmente con le mie forze ad un futuro che sta più in là del momento presente (fosse pure di tre minuti soltanto) e vivo così perché questo – incluso quel futuro e la distanza che lo separa dall’adesso – è il mio presente invariabile. Diversamente non riuscirei a respirare più di un minuto.

Pag. 361

L’UOMO CHE VIVE DI PIU’ E QUELLO CHE CONTA

E questa cosa dello svanire senza morire, o dell’essere nessuno in vita, non è altro che una specie di vecchiezza, stagione essenziale quanto imprevedibile, la quale arriva quando arriva infischiandosene del consueto almanacco di una vita umana. (“L’uomo che è vissuto più a lungo” osserva Rosseau nell’Emile, “non è quello che ha contato il maggior numero di anni, ma quello che ha sentito di più la vita”. Difficile negarlo, a meno che non si passino gli anni a contare gli anni.

Pag. 356

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