FINIVA IN CORTE D’ASSISE IL VESSILLO BORBONICO

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PROCESSO AI PASTORI DI ROCCACASALE 
Erano “tre individui sbandati” quelli che apposero una bandiera borbonica sulla montagna di Roccacasale quando era stata già proclamata l’Unità d’Italia, nell’agosto del 1861. Li definiva così, scrivendo al “Giudice regio”di Pratola Peligna il giudice di Popoli, nel primo atto che introdusse il primo processo davanti alla Corte d’Assise di Sulmona per banda armata.

Più precisamente, Pasquale Fallavollita, Pelino Lepore, Loreto Di Nino e Domenico Lattanzio di Pentina (cioè Corfinio) furono arrestati quali “ricettatori di componenti di banda armata e facilitatori alla fuga di essi”. Interrogati, Lepore, Di Nino e Lattanzio dissero che “in quel dì furono in detta montagna per far legna la prima volta, non essendo soliti accedervi”. E il primo giudice pregava l’altro “di assodare” : 1) da quanto tempo il pastore Pasquale Fallavollita si rattrovi nella montagna di Roccacasale, il motivo del suo trasferimento colà; 2) quali relazioni ripassano tra gli sbandati di sopra nominati e gli arrestati, 3) le qualità morali di costoro; 4) se sia vero che i tre arresti  Lepore, Di Nino e Lattanzio nel dì 6 corrente  fu la prima volta che recavansi sulla montagna La Fossa per far legna”. Grande fascino doveva esercitare quel drappo del regno borbonico se solo ad avvicinarsi o a consentire che si avvicinasse chi lo portava poteva significare un processo per favoreggiamento e davanti ad una corte d’assise.

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