Singolari dichiarazioni di Enzo Boschi

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Il presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Enzo Boschi, ha annunciato che potrebbe anche “smettere di informare” e “non rendere raggiungibili i nostri dati via web perché vengono usati per arrivare a conclusioni che non stanno né in cielo, né in terra”. Secondo Boschi “i principali responsabili di tutto questo sono i giornalisti e i politici, che hanno la responsabilità, in caso di terremoti, perché non controllano le strutture”.

 

 

Non ci sembra un bel procedere, nel Paese dei mille terremoti. Innanzitutto, qualcuno dei livelli più alti della pubblica amministrazione ci spieghi se l’Ingv è una proprietà del Boschi: per esempio, se gli strumenti se li paga lui e il personale lo retribuisce lui e in questo caso non avremmo nulla da eccepire. Ma se un euro viene pagato dallo Stato, il Boschi prima di oscurare il sito nella parte che contiene la “narrazione” dell’evoluzione delle scosse, con l’aggiornamento continuo degli eventi, cioè quella parte del sito che è la più consultata, deve chiedere qualche permesso e forse deve cambiare l’approccio con una struttura dello Stato o finanziata dallo Stato e con l’idea stessa dell’administrare, cioè del servire.

Stare dietro alla logica del presidente è un po’ difficile, perché se la prende con i giornalisti e pensa di  ravvisare un’operazione di disinformazione. Bene: ammesso e non concesso che sia così e che i giornalisti abbiano creato allarme inutile, la divulgazione dei dati nudi e crudi dovrebbe consentire alle persone di farsi una propria idea sull’andamento delle scosse. Sarebbe una conclusione non scientificamente sostenuta, ma sarebbe l’unica cui si potrebbe pervenire senza la intermediazione dei giornalisti. Quindi, dire che la sortita di Boschi è incoerente è dire poco.

Ma poi, coerente o non, i dati non sono una “privativa” del dott. Boschi, come non fanno parte delle sue facoltà o diritti gli sconfinamenti che in questi giorni ha dimostrato di allestire in un settore che non è proprio suo, cioè quello della verifica delle strutture dei palazzi e delle resistenze al terremoto. Questo è di certo un problema basilare della Italia che vive sulle faglie, ma con l’Ingv non ha proprio nessuna attinenza. Quanto si chiede a questo Istituto è molto di meno: registrare le scosse e divulgarle, possibilmente accompagnate da statistiche e valutazioni scientifiche. Ma se mancano queste ultime non è che non si possano pubblicizzare le scosse così come si verificano. Tra l’altro, sembra che non sia servito a niente quello che ha riferito il dott. De Luca, anche in febbraio a Sulmona, quando ha ricordato che, venuto a conoscenza di fenomeni molto strani nel sottosuolo dell’Aquila (al parcheggio di Collemaggio che all’epoca era in costruzione), fu indotto da altre persone (delle quali non sarebbe sbagliato conoscere i nomi…) a non rivelare i risultati di quelle “accelerazioni”.

Siccome le scosse sono migranti, vogliamo sapere (anche se speriamo nel contrario) se e quando i fenomeni si dovessero spostare verso le nostre parti e, per chi non è scienziato, ci sono due modi per farlo: sentire gli scricchiolii dei mobili o visitare il sito dell’Ingv. Poi, che il presidente parli di sciame, di scampato pericolo, di probabilità di sisma grave, o di quasi certezza di catastrofe, noi abbiamo il diritto di andare sotto le tende o in Sardegna dove non ci sono terremoti, perché abbiamo diritto, trattandosi della nostra pelle, di non avere punto fiducia in quello che afferma il presidente e di fidarci solo del nostro fallace fiuto.