Solo cent’anni fa il medioevo avvolgeva Introdacqua

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SORPRENDENTI TESTIMONIANZE DI PASCAL D’ANGELO  SU MAGHI, MEGERE E VAMPIRI

19 FEBBRAIO 2014 – Saranno esistiti veramente quei personaggi inquietanti che Pascal D’Angelo descrive nei suoi racconti, nelle stringate annotazioni della sua vita d’infanzia passata tra le campagne di Introdacqua o sulle montagne dove portava i pochi animali dei genitori?

A leggere queste pagine sembra di trovarsi nel Medioevo e non alla fine dell’Ottocento: un uomo che viveva in disparte, burbero, scostante, al quale la madre del piccolo D’Angelo chiede riparo durante un temporale, rimane folgorato proprio sull’uscio della sua casupola. Una donna che visitava Introdacqua solo per raccattare le misere offerte delle misere famiglie viene additata come strega, è temuta, ma per quanto possibile tenuta lontana anche con artifici incredibili: i ragazzini le buttano sale addosso per contrastare i suoi “poteri”; le viene attribuito un maleficio su un bimbo solo perchè i genitori di questi non le avevano dato offerte; il bimbo davvero poi muore, si spegne giorno dopo giorno. E tempo qualche settimana la stessa megera, considerata una “vampira”, abbandonata ad una agonia di stenti e affamata, viene ritrovata morta. Era davvero questo il teatro delle superstizioni, appena centoventi anni fa in una landa che veniva solcata dalle prime ferrovie? Se Pascal D’Angelo non fosse sparito trattenendo il respiro su questi ricordi e non li avesse rielaborati nello scrivere “matto e disperatissimo” per il quale morirà di privazioni negli “States”, forse tutto questo materiale sarebbe andato smarrito. Le descrizioni di D’Angelo nel suo “Son of Italy” sono così crude che sorge il sospetto di una furba sottolineatura per richiamare l’attenzione del pubblico americano, un po’ credulone perchè giovane, un po’ assetato di storie che confinavano con la fiaba e con la distinzione manichea tra i buoni-buoni e i cattivi-cattivi.

Ma non lontano dai luoghi del D’Angelo ci sono i luoghi dove D’Annunzio ha ambientato le sue tragedie, intrise di tante superstizioni (v. “La Figlia di Iorio a un passo dalla Plaia che incantava D’Annunzio”, nella sezione CULTURA di questo sito). D’Annunzio domina signorilmente l’oscurantismo; D’Angelo si sforza di trovare argomenti per suggerire al lettore che la magìa non poteva dominare le vite delle valli abruzzesi, della “sua” valle (al punto che sulla morte del bimbo “stregato” avanza l’ipotesi che fosse stato portato ad un medico incapace; riflessione salvifica, che insegna come l’intelligenza vivida e non solo la sublime cultura può sottrarre all’oscurantismo).

Sarà in questa sua lotta infantile, nella battaglia con le sue poche risorse, la chiave di lettura del successo di questo libro scritto in americano e tradotto in italiano, in un viaggio di ritorno dall’America ad Introdacqua che ha illuminato la figura dell’emigrante forse il più celebrato della Valle Peligna. Eroica elevazione il giovanissimo Pascal ha saputo trarre dalla cultura: una vivente smentita che sia l’ambiente a forgiare gli uomini senza alternativa e senza libero arbitrio. D’Angelo riflette, in età matura, su quante sofferenze siano state inferte per la paura di un potere oscuro; e non trova giustificazione alcuna, soltanto qualche attenuante.