“SULMONA DORMIVA NEL GRANDE SILENZIO”

331

LE IMMAGINI DELL’INFANZIA DI OVIDIO NELL’ “AUTOBIOGRAFIA” SCRITTA DA VINTILA HORIA

23 MAGGIO 2016 – E’ una Sulmona accogliente, accostata alla figura materna, quella che Vintila Horia immagina nel ricordo di Publio Ovidio Nasone quando ormai sessantenne, affronta gli ultimi mesi di relegazione a Tomi nel libro “Dio è nato in esilio”. Uscendo di casa, il poeta, che implora ancora una revoca del decreto di Augusto (ma questi è morto da due anni e Tiberio non vuole neppure lontanamente assecondare una richiesta che manifesterebbe una discontinuità nella guida dell’impero), ha subìto una storta alla caviglia: “Il piede mi fa male soltanto quando cerco di camminare. Sdraiato, non sento alcun dolore. Così sto a letto e sogno a occhi aperti. La mia infanzia si staglia sempre più netta nella memoria, come se gli anni si accumulassero su tutte le altre età della mia vita risparmiandone l’inizio. Tutto è nitido, a distanza. Evadevo, nei pomeriggi d’estate, mentre in casa tutti dormivano, le imposte chiuse, abbandonati nell’intensa frescura delle stanze. Ci obbligavano a coricarci o, almeno, a passare due ore sdraiati nei giorni di canicola. Fingevamo di dormire e poi, quando regnava il silenzio, io uscivo dalla finestra e invitavo mio fratello a seguirmi. A piedi nudi, per non farci sentire, attraversavamo, facendo smorfie di dolore, il cortile selciato, dove le pietre scottavano sotto il sole che ha luglio e ad agosto la gente chiama “solleone”. E infatti tutto mordeva come fosse la bocca di un leone. Entravamo nell’orto attraverso una porticina di legno, che aprivamo con mille precauzioni perché emetteva un cigolio lacerante, ed entravamo nel regno proibito. L’orto ronzava di insetti e di odori, lo vedevamo quasi maturare e gonfiarsi al sole, come il pane al calore del forno.

“La prima tentazione era il fico, in fondo al giardino: ci arrampicavamo sui rami lisci, facendo fuggire le lucertole. Sceglievamo sempre i fichi con la goccia, già punti dalla lingua delle lucertole; il succo, colando, formava una lacrima chiara alla base del frutto. Il sapore dolce e caldo mi riempiva la bocca e tutta la vita si concentrava in quella sensazione di felicità, di pace, di soddisfazione suprema, che più tardi avrei ritrovato nell’amore. Scendevamo subito dal fico, le sue rare foglie lasciavano passare il sole che ci bruciava la nuca. Allora, con le mani cariche di fichi, passavamo sotto le volte fresche della vigna, raccoglievamo i grappoli maturi staccandoli con un colpo secco e preciso dove lo stelo si gonfia, forma una specie di fragile nodo, e ci sedevamo sull’erba, per rompere con i denti gli acini succosi, in tutta tranquillità. Due acini di uva, un fico. Poi due fichi e quattro acini. Era un banchetto di proporzioni geometriche. Non ne potevamo più. Lo stomaco mi pesava come un fagotto non mio. Le cicale, ebbre di calore, facevano vibrare l’aria tutto intorno. Non si parlava di donne, di politica, di poesia: io sbalordivo mio fratello con le mie nozioni; lui mi faceva ridere fino alle lacrime imitando gli adulti, la voce di mio padre, il passo di mio zio. Trovavo rime per ogni cosa e inventavo storie.

“Quelle due ore sembravano senza fine, tanto scorrevano lentamente, nel tempo dell’infanzia. Saltavamo la palizzata, in fondo all’orto, e ci trovavamo in una piazza poco frequentata, deserta a quell’ora, dove spuntava l’erba tra le pietre del selciato. In mezzo si innalzavano, bianche e scintillanti sotto la luce abbagliante, le colonne del Tempio di Diana. Sulmona dormiva nel grande silenzio, cullata dal canto delle cicale. L’ombra dell’asta stava immobile sulla meridiana. Eravamo gli unici esseri viventi, tutta la città ci apparteneva. Era la nostra ora”.

Sono sempre molto intensi i ricordi della infanzia nel momento della resa dei conti con la propria vita, del bilancio di tanto tempo vissuto intensamente come quello di Ovidio a Roma; ma solo a tratti, narra Horia, il ricordo di Ovidio si veste degli abiti di Corinna e del periodo del suo splendore romano. Da Tomi,  nel quinto anno di relegazione, egli scrive nella immaginaria autobiografia consegnata nel capolavoro dell’autore rumeno: “Il silenzio dell’inverno pesa su di me come il coperchio di una tomba. Le tenebre si mettono in movimento, nuvole nere e rotonde mi si formano intorno, chiudo gli occhi, rivedo piazze, strade, foreste, ma le nuvole mi perseguitano ovunque, senza mai arrivare a schiacciarmi. Facevo sogni del genere a Sulmona, quando avevo tra i sei e i dieci anni; mi svegliavo, chiamando mio fratello, che dormiva in un letto accanto al mio, o mia madre, che accorreva a mi diceva sempre le stesse parole, ridandomi la vita: “La mamma è qui, non avere paura”. Bastava un gesto, un grido, una parola, perché ogni minaccia scomparisse e qualunque dramma fosse soffocato prima di arrivare a toccarmi. Tra la mia persona e l’universo si innalzava una muraglia invisibile che mi proteggeva dal dolore. I miei versi hanno fatto crescere questa muraglia, mi hanno circondato di un altro tipo di protezione, più sottile e falsa, che allora chiamavo gloria e fama. I timori della mia infanzia si sono cancellati, le nuvole dei miei sogni sono scomparse senza lasciare traccia se non nel ricordo. Sono tornate a Tomi dopo tanti anni. Ma se ora grido durante il sonno, soltanto l’ombra del mio cane accorre per darmi aiuto e questo aiuto mi fa fremere. Accendo la piccola ciotola di terracotta che uso come lampada, mi alzo, ravvivo il fuoco sul punto di spegnersi e veglio l’immenso cadavere del mio passato”.

C’è, però, un’altra fiamma che Ovidio riesce ad accendere nei suoi ultimi anni a Tomi. E’ una fiamma spirituale, la scoperta di un dio diverso da quelli che egli ha cantato nelle Metamorfosi e nei Fasti.

E’ l’incontro con un medico che ha assistito ad un evento straordinario qualche anno prima e del quale a Roma ancora non c’è notizia negli anni nei quali Ovidio sta per compiere la sua straordinaria esperienza di vita.