Trent’anni fa il terremoto della paura

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7 MAGGIO 2014 – Sono passate da poco le ore 19 di un anonimo 7 maggio quando il Corso si riempie di gente come un mese prima per l’afflusso alla “Corsa” della Madonna in piazza:

qualcuno dice di aver visto anche il campanile dell’Annunziata ondeggiare. Può essere, ma i più guardano per terra o, semmai, all’altezza giusta per trovare un punto di fuga.

E’ la prima delle scosse della lunga serie di quelle che nel 1984 tormentano, ma non ossessionano, i Sulmonesi e gli abitanti del Parco nazionale d’Abruzzo: l’epicentro è la Val Comino, ai confini con il Lazio. Sarà che non andava di moda informarsi sui terremoti, ma sembra proprio che precursori non ce ne siano stati. Fosse dipeso dallo studio delle sequenze, Sulmona, Pescocostanzo, Villetta Barrea potevano trovarsi da un momento all’altro sepolte senza che gli abitanti si permettessero il lusso della paura. La replica verrà, pare leggermente più forte, l’11 maggio poco prima di pranzo: nessuno pensa ad una progressione, ad un evento distruttivo ancora da venire.

E del resto si seguita a parlare di “assestamento” fino al 30 giugno, quando si registra l’ultima delle scosse “serie”, quelle che si percepiscono anche stando a casa, quelle che a chi sta appoggiato ad un davanzale fanno sentire una malefica spinta verso il vuoto, ma leggera, quasi un “Potevo proiettarti laggiù, ma per ora non ho voluto”. Tutto ciò che gli inviati speciali riuscirono a fotografare fu una casa di Alfedena, che allora crollò con la facciata sulla strada; furono così pochi i segni tangibili che un giornalista, senza paura del ridicolo, andò a “sentire il terremoto dentro al Bosco di Sant’Antonio” e la cosa più comica fu che pretese pure di raccontarlo ai lettori, con una prosa che denotava, più che la disperazione per il maltrattamento da parte della terra-madre, la ricerca imperiosa di sensazioni forti e, meno male, sostanzialmente irraggiungibili con il 5° grado della assai empirica “Scala Mercalli”:

Sono passati trenta anni dal “terremoto della paura”, cioè dalla serie di eventi tellurici non superiori all’8° grado della “Scala Mercalli” al lontano epicentro, che portò molti soldi per rinforzare le case in un segmento degli Appennini tra i più tormentati della storia recente; ma anche il terremoto che ha alimentato la leggenda assai poco credibile che “l’energia si esaurisce con le scosse che si succedono”; o che ha minato un’altra certezza abbastanza rassicurante, che cioè non avviene terremoto davvero pericoloso se prima non si registrano i “precursori” avvertibili anche dalla popolazione, senza strumenti. Venticinque anni dopo, quando venne la grande scossa dell’Aquila, ancora qualche centinaio di buoni-contributo per la riparazione degli edifici lesionati nel 1984 erano in attesa di essere usati, a dimostrazione dell’ultimo degli insegnamenti del sisma del 7 e 11 maggio: che, cioè, a distanza di molti anni si perde la memoria del pericolo di restare in case lesionate, finanche per un terremoto che se fosse stato un filo più forte non avrebbe lasciato il campanile dell’Annunziata dritto e forte e non avrebbe fatto raccontare a nessuno di averlo visto ondeggiare.