UN AVVELENAMENTO PUO’ DURARE UN SECOLO?

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BUSSI: IL NOVECENTO DEI DISASTRI E IL LUNGO SONNO DEGLI UOMINI

19 APRILE 2014 – I fiumi per lungo tempo non sono stati protetti dalle leggi: erano considerati divinità (nella immagine del titolo particolare di “Minerva presso le muse”. de Momper, van Balen, Bruegel dei Velluti, inizi sec. XVII)

Avvelenarli significava avvelenare la divinità stessa. Questo nell’epoca classica; ma anche dopo si è conservato un timor per la purezza dei fiumi, forse prima dell’increscioso Novecento, fatto di contrasti senza intermediazioni, di guerre totali nella prima metà e di aggressioni forsennate all’equilibrio naturale negli altri cinquanta anni.

In molte iconografie anche del periodo neoclassico, il Tevere è rappresentato da un adulto possente che versa acqua abbondante da recipienti inesauribili. Una protezione del genere sarebbe servita al Pescara per scampare alla condanna infertagli in tutto il Novecento, cioè dal primo insediamento della fabbrica di Bussi Officine? Se ne deve dubitare effettivamente.

Quella incantevole confluenza di tutti i principali corsi d’acqua d’Abruzzo, quella gola poco profonda, ma molto suggestiva per le ombre che il sole disegna dalla prima mattina (quando sorge dietro il Morrone) fino all’ultimo sprazzo di rosso della sera, potrebbe essere scelta per fare da teatro ad uno dei consessi magici delle scenografie mitologiche, quando vicino ai fiumi si radunano gli dei, un po’ nella penombra, per non essere scovati dagli uomini, un po’ per proteggere a loro volta le ninfe dagli sguardi indiscreti di altri dei invidiosi. Tutta la violenza che sa esprimere l’epoca classica sulla natura è un colpo di zoccolo del cavallo alato Pegaso: ne sgorga una fonte e vicino Minerva si intrattiene con le Muse, secondo quanto narra Ovidio al libro quinto delle “Metamorfosi”, che ha ispirato il seicentesco quadro di Jan de Momper, Hendrik van Balen e Bruegel dei Velluti. Ed è la stessa Minerva a rimanere “a lungo in ammirazione di quel corso d’acqua scaturito da un colpo di zoccolo; poi girò lo sguardo intorno verso i sacri boschi, fitti di alberi antichi, verso gli antri e i prati variegati da innumerevoli fiori, e concluse che le figlie di Mnemosine potevano essere chiamate fortunate sia per gli interessi che coltivavano, sia per il luogo in cui abitavano”.

L’eden che circondava le sorgenti

E’ un eden l’ambiente che circonda la fonte (nella foto il Pescara a Bussi Officine, poco dopo la discarica); come sono sacri i luoghi delle sorgenti dei fiumi. Tutta la mitologia è occupata a descrivere l’evento eccezionale dell’acqua che sgorga dalla terra, più ancora di quello che può evocare uno spettacolo più portentoso, ma meno utile: il fuoco che prorompe dai vulcani. L’uomo ha sempre reso grazie alla Terra per il dono dell’acqua, costruendo santuari alle sorgenti, o addirittura complessi monastici formati da molte chiese (come a San Vincenzo al Volturno): non lo ha mai rinnegato inquinando il liquido della vita.

Come può essere successo che a Bussi per un secolo si è compiuto un misfatto poi replicato solo tra i popoli senza cultura e senza consapevolezza, nelle lande desolate di un Terzo Mondo esteso, ma proprio per questo diverso dal precipitato della cultura classica? E’ successo altrove, in Europa, che chi abitasse un qualsiasi angolo e lo sentisse la sua casa, lasciasse avvelenare per sempre la propria terra? Massimo Severo Giannini, nei suoi studi di Diritto Amministrativo, afferma che questa disciplina ha avuto origine e giustificazione dalla necessità impellente di distribuire il bene comune per antonomasia, cioè l’acqua; quindi di tutelarla con un apparato di norme che la conservasse per la fruibilità di tutti. Come può avere una comunità locale, ma anche una nazione, lasciato fare, rimanere a guardare con le sue leggi e i suoi controllori, le sue analisi e i suoi dubbi irrisolti?

Il normale incidente di Lola Di Stefano

Ai bambini delle scuole elementari “Lola Di Stefano” di Sulmona è stato insegnato che quel nome era di una maestra  che, durante una fuga di gas a Bussi, il 19 gennaio 1954, invece di mettersi in salvo, mise in salvo anche l’ultimo dei bambini della sua scolaresca fino a non fare più in tempo per sè. Può essere che si sia convissuto con una fabbrica di veleni tali da far considerare solo un incidente di percorso un episodio così grave, che aggrediva la società e non solo i recinti della fabbrica? E può essere che si sia perso il desiderio di vivere in un eden, accettando il compromesso di scendere negli Inferi pur di conservare cento o più posti di lavoro?