UN UMANISTA DEL 1300 RACCONTA COME SPROFONDO’ LA TERRA

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“SULMONA QUEL GIORNO RIPOSAVA SOTTO UN’ALTA COLTRE DI NEBBIA” – GIOVANNI QUATRARIO VIDE MORIRE ANCHE SUA SORELLA

Tra i maggiori umanisti sulmonesi, Giovanni Quatrario (1337-1402 o 1404) era adolescente quando fu testimone del terremoto del settembre 1349 e lo descrive con rara intensità, per aver visto il dramma che viveva la madre:

“Obruta Sulmo iacet nebulis contexitur altis” è il primo verso che riguarda la descrizione, contenuta nel “Carmen maternum”. “Sulmona quel giorno riposava sotto un’alta coltre di nebbia quando si alzò un boato e la terra si preparò a sprofondare. Timorosi ci riversammo in luoghi aperti, impediti nell’andare dalla nebbia, riuscimmo a scorgere solamente le nubi di polvere attorno alle cose. Tu, priva degli usuali ornamenti femminili, in mezzo alla polvere ricontasti i tuoi figlioletti, mancava la tua bella figlia che giaceva ormai sotto le macerie, gridavi il suo nome mentre la terra che ancora tremava non riusciva a trovare pace e tutti noi credemmo di scendere quasi fino alla palude Stigia. La gente spaventata scappava senza meta mentre intorno gli edifici crollavano colpiti dal terremoto fino alle fondamenta. Cercavi con lo sguardo la casa nel posto a te ben noto, ma ormai essa era un cumulo di calce e pietre e un groviglio di travi di legno divelte. altAnche la tua forza d’animo rimase schiacciata da tale sofferenza; chiamavi a gran voce nella speranza che qualche posto o una qualche cavità nascondessero la tua cara figlia, anche se in fin di vita; ora gridando e ora in silenzio ti aggiravi tra i meandri delle rovine per tentare di percepire un qualche lamento, ma le Parche avevano tagliato rabbiosamente il filo della vita di tua figlia.

Un peso più gravoso si aggiunse a quella terribile perdita, né le parole riuscirebbero a descriverlo nella loro essenzialità: il corpo di tua figlia giaceva in mezzo alla polvere color argento. Ahimè quante lacrime provocò in te quel corpo martoriato !”

(Da “Civiltà letteraria abruzzese” di Carlo De Mattheis, Textus, L’Aquila, 2001, pag. 110)

Il terremoto del 1349 fu anche quello che recò insoliti danni a Roma: crollò la cerchia esterna meridionale del Colosseo pressochè completamente e il più grande anfiteatro dell’Impero romano assunse quella caratteristica forma incompiuta che è visibile anche oggi.