Croci, tondini e genio nelle quinte di due processi

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Sant Emidio che guarda in altoLE DOMANDE RINVIATE  DI UN GIORNALISTA E LA PREVENZIONE SISMICA DEVIATA

17 FEBBRAIO 2013 – L’avevo visto quindici anni fa dopo l’autopsia di due ragazze uccise sul Morrone: molto essenziale, con il garbo di chi sa quello che può chiedere e quello che può ottenere, direi quasi con

l’aristocrazia del giornalista che ne ha viste di tutti i colori e non si stupisce dei colori nuovi che la cronaca mescola anche dopo trecento anni di giornalismo. Assolutamente padrone delle situazioni, come dovrebbe essere un giornalista che sta lì per vedere e non per spiattellare le proprie emozioni prima di scriverle. Oppure per esibirsi in domande che non sono poste per cavare il ragno dal buco, ma ostentate per trasmettere quello che si sa e per infarcire di commenti o di lezioni di morale.

Un giornalista e un poliziotto

Remo Croci, allora inviato di Canale5, mi apparve come una specie di alter ego del poliziotto che faceva da regista a tutte le ramificazioni delle indagini sull’omicidio del Morrone: Maurizio Improta, capo della Criminalpol dell’Italia Centrale, non lasciava segno di sé, nemmeno timbro della sua voce. Guardava fisso negli occhi l’interlocutore, non esprimeva approvazione o dissenso, non sbatteva mai ciglio, aveva l’imperturbabile immobilità degli occhi di chi seguita a guardare la persona che ha davanti anche dopo che questa ha smesso di parlare e magari sta parlando un altro; seguita a squadrarla, come fa l’ispettore Derrick . Il vice-questore Improta è rimasto tra le mie “evidenze” di quei dieci giorni nei quali ho assistito l’indagato dell’omicidio: giovane, di un garbo misurato e quindi signorile, era capace di non curarsi neppure di continuare ad ascoltare un interlocutore se doveva cogliere altre informazioni da altre persone; assorbiva tutta la scena, che fosse in caserma oppure davanti al GIP, ma non esprimeva mai un commento o lasciava intendere uno stato d’animo. L’ho visto avvicinarsi due volte in un’ora al pubblico ministero per bisbigliare qualcosa. Faceva parte del gruppo di intervento immediato della Polizia di Stato che corre (o correva) in tutta Italia nelle dodici o ventiquattro ore dai fatti violenti, cioè nell’arco di tempo nel quale, si dice nell’ambiente, si scopre l’autore di un delitto o si perde la possibilità di scoprirlo anche se arriva un reo confesso.

Erano molto simili, ma Remo Croci apparteneva al genere di giornalista che avrei voluto essere quando a 18 anni mi iscrissi all’Ordine: sempre presente sulla cronaca, capace di padroneggiare un flusso di informazioni che altri si limita a convogliare.

L’intervista quindici anni dopo

Bene: per quindici anni ho avvertito, ogni volta che lo vedevo in televisione, il dispiacere di essermi negato alle sue domande. Non è che potessi fare diversamente: il mio più caro amico, il mio modello dell’adolescenza, Francobaldo Chiocci, già inviato speciale del Tempo e all’epoca al Giornale, mi aveva annunciato che su quell’omicidio del Morrone avrebbe riempito una pagina con una intervista a me, quale avvocato dell’indagato. Chiesi all’indagato cosa ne pensasse e lui disse “no”. Chiuso il problema, anzi neppure aperto. Negata un’intervista ad un amico di quella portata, non mi fu difficile negarla anche a Remo Croci, ma per lui è rimasto il cruccio di averlo visto ancora sulla cronaca, sempre con un pizzico di notizie in più degli altri, un purosangue in azione che corre con naturalezza.

Così, ieri, tra i volti angosciati degli imputati, dei difensori, delle parti civili al processo per la Casa dello Studente a L’Aquila, non poteva che apparire un’eccezione (per questo risaltava) la tranquillità del professionista: quindi l’ho riconosciuto e il discorso non poteva non finire sui fatti dell’agosto 1997, per poi scivolare sui fatti dell’aprile 2009: “Chi difende oggi?” “Ma come può essere crollata una palazzina costruita di recente?” Questa volta non ero paralizzato dal rifiuto del mio assistito. Anzi… l’ing. Walter Navarra vuol gridare ai giudici e alle parti civili, agli aquilani e al mondo, che questa imputazione di omicidio e disastro colposo ha distrutto la sua azienda che aveva avuto una iscrizione per il restauro di oltre 8 miliardi di lire, che aveva fatto restauri da catalogo al Nord e che, da quando si sono diffuse le notizie della incriminazione, ha trovato tutte le porte chiuse, fino ad essere dichiarata fallita dal Tribunale di Milano nell’ottobre scorso. “Quindi possiamo fare l’intervista saltata quindici anni fa?”.

L’intuito e la diretta

E quando sente che Sulmona e Avezzano, che hanno la stessa storia sismica dell’Aquila, nei provvedimenti legislativi degli anni Sessanta e Ottanta sono state collocate in categorie sismiche rigorosissime, le più rigorose, mentre L’Aquila se l’è cavata in posizione intermedia, come se nel 1703 fosse stata solo accarezzata, concentra il suo sguardo vivido su copie e fotocopie delle leggi. Di lì a un quarto d’ora è già in diretta e dice a tutta Mediaset che qualcosa a L’Aquila non ha funzionato nella prevenzione; ma non ha funzionato neanche in parlamento. La notizia che gli fornisco è di quelle che si fanno strada da sole, nelle sinapsi di chi fa il cronista e sa selezionare. Tanto che, sempre in diretta, si pone la domanda se tutto questo non sia stato il frutto di scelte politiche; domanda se questo non fosse servito ad assecondare appalti di opere pubbliche e private. Insomma, una legislazione asservita alle esigenze di una città oppure di qualcuno che doveva “valorizzare” le proprie risorse immobiliari.

La pista per il fiuto del cronista  non era quella infida degli omicidi, ma finora nessuno si spinge a fare queste domande, che magari possono essere anche centellinate in trasparenza, avendo sullo sfondo la battaglia di questa città per conservare il capoluogo di provincia e di regione e non vederselo sfuggire sulle barricate delle vergognose battaglie campanilistiche con Pescara nel 1970 (quando i campanilisti erano solo i sulmonesi che volevano conservare quegli stracci concessi loro dallo Stato).

Se tutto viene piegato alle esigenze della rendita parassitaria, figuriamoci se non finiscono piegati anche i tondini del cemento armato.

Ora vorremmo che un politico, concreto e sereno come il giornalista e il poliziotto che abbiamo descritto, dicesse che la ricostruzione si fa come si deve oppure non si fa, che il capoluogo di regione deve essere sicuro oppure si sceglie un’altra città. Ma, più che dire, dovrebbe fare, con signorilità ed acume, ma con fermezza. Le sentenze, infatti, appartengono al passato. Questo è il futuro.

(nella foto: Sant’Emidio, una statua in Agnone).