UNA POESIA SEGRETA DI OVIDIO PER GIULIA

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10 AGOSTO 2010 – “Alcuni anni fa fui costretto a bandire da Roma il poeta Ovidio, coinvolto in un intrigo che minacciava di turbare l’ordine dello Stato. Poiché la parte che aveva avuto nell’intrigo era stata più maliziosa e mondana che malevola e politica, gli resi l’esilio meno penoso possibile. Lo perdonerò presto e gli consentirò di tornare dal gelido Nord al più temperato e piacevole clima di Roma.”

Con queste parole il Cesare Augusto di John Edward Williams tratteggia la vicenda drammatica del poeta sulmonese. Sul nuovissimo romanzo, stampato a giugno nella edizione italiana per i tipi di Castelvecchi, questo giornale riferisce in altro articolo (“Nuovi contributi letterari alle tesi  anti augustee”) per  riportare la critica al filone americano della storiografia letteraria sull’Impero romano.

Qui è interessante sottolineare come ormai nessuno più creda che la relegazione di Publio Ovidio Nasone sia da attribuire ad un pettegolezzo o ad una relazione amorosa del vate nella casa imperiale. Egli partecipò alla vera e propria congiura filo-antoniana, cioè a quell’accordo che fu smascherato nell’anno 6 d.c. e che culminò con condanne alla pena capitale e con sanzioni severissime da parte di Augusto. Questi non perdonò mai Ovidio e morì nel 14 d.c., quando ancora il poeta supplicava la revoca dell’editto; gli accorati appelli continuarono, ma il gelido Tiberio (che successe ad Augusto) non aveva nessuna intenzione di dimostrare clemenza. La congiura, infatti, sarebbe stata ordita per eliminare fisicamente il figlio che Livia, moglie di Augusto, aveva avuto da altro matrimonio. “Eppure – continua l’Augusto di Williams, che molto richiama, nel finale, il modello delle “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar –  anche nella località dove è stato bandito, il villaggio quasi barbaro di Tomis presso la foce del Danubio, continua a comporre le sue poesie. Ci scriviamo a volte, e siamo in rapporti abbastanza amichevoli. E, nonostante senta la mancanza dei piaceri di Roma, Ovidio non dispera della sua situazione. Ma tra i tanti poeti che ho conosciuto, lui è il solo in cui non riponevo piena fiducia. Tuttavia gli ero affezionato e continuo ad esserlo”.  Queste riflessioni a pochi giorni dalla morte, vengono stilate su fogli disordinati dall’imperatore che più a lungo ha governato Roma e contengono tutto il disincanto del potere, le amarezze per i troppi “no” alle persone care che una sana amministrazione dello Stato richiedeva, compresa la relegazione della stessa figlia Giulia prima all’isola di Pandataria e poi a Reggio Calabria.

Secondo questo ulteriore contributo allo studio delle drammatiche fasi dell’inizio dell’era cristiana, Ovidio si trovò non per sua consapevole scelta nell’ambito del circolo culturale che detestava Livia, potente consorte del sovrano, e la scelta sulla gens Claudia. Ma vi si trovò bene e a suo agio, se diventò il più acclamato poeta della parte più elegante e colta della corte. Nello stesso libro di Williams, Virgilio è sì considerato grande artista, ma soprattutto per il sostegno alla storiografia organica della nascita di Roma e della crescita della Romanitas, quindi del tutto funzionale alle riforme di Augusto. Ad Orazio Flacco si accenna, e per giunta più per metterne in rilievo la saggia indolenza. Di Ovidio Williams parla con sottolineature entusiastiche: lo celebra come il poeta dei sentimenti, quello che avvince con la sua sconfinata cultura e con la delicatezza dei versi la Giulia figlia di Augusto. Addirittura lo scrittore americano lo introduce mentre viene distolto dal suo lavoro di giurista e immagina questa sua lettera a Properzio nel 13 a.c.: “Ero in ufficio così presto, perché, nonostante non si può lavorare a una causa durante una festività, purtroppo si può essere costretti a farlo  il giorno dopo e io avevo una difesa particolarmente difficile  da preparare. Cornelio Apronio ha citato Fabio Cretico per il mancato pagamento di certe terre, mentre Cretico lo ha citato a sua volta, in quanto dice che i titoli della proprietà sono viziati. Entrambi sono ladri, nessuno dei due è dalla parte della ragione. Di conseguenza, l’abilità della difesa e la persuasività dell’arringa rivestono un’importanza enorme… Come, naturalmente, il magistrato che ci capiterà”.

La lettera sgorga dalla fantasia dello scrittore, ma era vera la avversione del Sulmonese alla professione forense, alla quale si era indirizzato con più convinzione suo fratello (scomparso molto giovane) e alla quale era stato costretto dalla sua nobile famiglia: tra l’altro, nel 13 a.C. quasi certamente la aveva abbandonata da un pezzo. Viene dunque chiamato da Giulia e da qui, anche per una certa sua vanità, comincia il cammino verso quella che sarà la sua relegazione: non senza parentesi di grande fascino, come l’incontro con Augusto e le ispirazioni della musa quando scrive per Giulia. Una poesia, in particolare, della quale la moglie di Marco Agrippa e poi, per drastica imposizione di Augusto, dello stesso Tiberio (ma amante di Iullio Antonio, figlio di Marco Antonio e quindi acerrimo nemico dell’imperatore designato) non riesce a ricordare i versi.

Giulia annota dal suo esilio : “Un tempo, conoscevo a mente questa poesia. Ora non riesco a ricordarne una parola. E’ strano che non ci riesca, perché i versi erano belli. Credo che Ovidio non li abbia mai inclusi in uno dei suoi libri. Disse che appartenevano a me e non dovevano essere letti da nessun altro” . Non lasciare traccia se non nel ricordo della mente: proprio come fa un innamorato. O un congiurato.

J.E. Williams – Augustus  Il romanzo dell’imperatore – Castelvecchi, 2010, pagg. 382, €18.