CONVEGNO CON IL PRESIDENTE DELLA CRUSCA – “IO SO, MA NON HO LE PROVE” COME PUNTO DI PARTENZA PER SODDISFARE L’ANELITO DELL’INTELLETTUALE
15 ottobre 2025 – Moriva oggi, cinquant’anni fa, a Roma, Vittorio Clemente, che era nato 80 anni prima a Bugnara, espressione del forte attaccamento alla terra di origine e alla tradizione. Moriva tre settimane dopo di lui Pier Paolo Pasolini, che era nato appena 53 anni prima a Bologna, espressione del grande tormento intellettuale di una rivoluzione continua, di una continua ricerca della verità che si celava negli angoli oscuri della società e della vita. Cosa li abbia fatti incontrare è ancora un mistero, per quanto si siano affaticati a conoscerlo tanti letterati e sociologi, politici e poeti. E’ stata certamente “Acqua de magge”, di Clemente, che il friuliano Pasolini definì il più bell’esempio di poesia dialettale abruzzese e per la quale scrisse una prefazione alla seconda raccolta di versi del letterato bugnarese. Forse sarà stato il grande spirito sociale di Clemente, che, racconta Pasolini, aiutò il friuliano spaesato a Roma, nei primi mesi del 1950, a trovare un piccolo lavoro, un insegnamento in una scuola privata.

Ma non può essere stato solo questo. Due persone del tutto fuori dagli schemi prima o poi si intersecano, perché è ampio e senza corsie il loro cammino; inattese sono le loro virate e gli sconfinamenti. Chi pensava che un rivoluzionario come Pasolini potesse fermarsi a considerare l’espressione dialettale, quel modo di manifestare pensieri ed emozioni represso dalle esigenze di unificazione dell’Italia e, poi, da quelle di irreggimentazione dei nazionalismi nascenti, che lo consideravano localistico e decadente? Cinquant’anni fa, mentre a Roma moriva Vittorio Clemente, mancavano pochi giorni alla sera nella quale Pasolini staccava l’assegno di undicimila lire per pagare, in Piazza dei Sanniti, l’ultima cena prima di avviarsi verso l’Idroscalo e trovare una morte dolorosissima, indecente per i modi, insulsa all’apparire delle prime giustificazioni. Quel pezzo di carta è ancora incorniciato all’Hosteria Pommidoro: è l’ultimo scritto, tutt’altro che una poesia, l’ultimo tratto di penna di chi sapeva, ma “non aveva le prove” e tanto altro ancora avrebbe scritto, oltre la prosa ruvida di “Petrolio”, per salvare la società dell’Uomo, nella quale pure si riconosceva sebbene come spirito innovatore e sobillatore.

Clemente e Pasolini si ritroveranno il 25 ottobre, a metà via tra le date delle loro opposte morti (serena l’una, l’altra no), a Bugnara, a due passi dalla casa dove Clemente nacque, perché del loro incontro miracoloso parlerà il presidente dell’Accademia della Crusca, Paolo D’Achille; e per Pasolini, ma forse anche un po’ per Clemente, si collegherà da remoto Dacia Maraini che Pasolini fagocitò nel suo mondo tormentato e per questo più attraente di ogni normalità, più fecondo di ogni tranquillità. Il luogo sarà, dalle ore 16, un centro di studi che, contro corrente, qualcuno osa ancora fondare in paesi così piccoli e così spopolati: il centro di studi intitolato a Nino Ruscitti. Ci sarà anche il patrocinio dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo; e chissà che non possa essere un’occasione per riprendere a… cercare le prove dopo aver intuito quale sia la verità in ogni angolo del vivere civile.






