150 anni di Unità d’Italia

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vaschione_200Il vero anacronismo e l’esaltazione nordista

Riportare le lancette a 150 anni fa, quando Francesco II lasciava Gaeta per rifugiarsi a Roma, e sostenere che l’Italia non andava unificata è soltanto una velleità anacronistica. Lo stesso sovrano in esilio parlava di “Italiani”.

Non è, invece, sbagliato riflettere sul contributo che il regno delle Due Sicilie ha dato all’Italia, sia nella tecnologia e nella industria che in riserve auree, per non dire della maggiore risorsa, quelle delle braccia da lavoro che servivano ad un nuovo Stato nascente.

Soltanto se si parte con il riconoscere tale indelebile verità si può arrivare alla vera conclusione di questo anniversario: l’Italia è di tutti adesso, come non era solo dei Savoia nel 1861. L’Italia ha bisogno delle contrade del sud e non soltanto delle industrie del nord. Occorre anche riconoscere che il nuovo Stato avrebbe potuto formarsi sotto le insegne borboniche con le stesse possibilità di amalgamarsi e di formare una sola, grande nazione di quante ne ha avuto sotto le insegne savoiarde. Il vero anacronismo, adesso, è parlare di italiani del nord che sarebbero più efficienti e… di italiani del sud, tanto, ormai, le realtà si sono integrate, forse non nella lingua, ma certamente nel sentire il concetto di nazione.

Tranne qualche eccezione, rumoreggiante, ma residuale: quella minoranza che non vuole celebrare il 17 marzo. Sono quelli che temono che dalle spoglie di Francesco II in Santa Chiara a Napoli possa venire il vero, grande messaggio di pace e di unità per un popolo, con quell’augurio di “essere felici” così raro per un Re che parla ai sudditi. Di un Re che  non usciva da una favola, ma che sedeva sul trono della terza potenza mondiale.