SCIOPERO AL CONTRARIO PER METTERE IL MINISTERO ALLE CORDE

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UNA DIVERSA STRATEGIA PER L’ATTUALE FASE DEL TRIBUNALE 

20 NOVEMBRE 2019 – “Il Centro” di oggi informa che, avendo concluso la sua esperienza di presidente negli otto anni che al massimo prevede la legge quando regolamenta gli incarichi direttivi, il dott. Giorgio Di Benedetto rimane a Sulmona da giudice, ma al seggio presidenziale non è stato ancora sostituito. C’è il facente funzioni, cioè il dott. Marco Billi, che da lunedì, peraltro, è applicato quattro giorni alla settimana a L’Aquila.

E’ la ovvia conseguenza, contemplata da tempo su queste colonne, di un processo logico in fatto di amministrazione della giustizia: i giudici vanno dove stanno le cause e attualmente a Sulmona ci sono così poche cause che i giudici vanno a dare una mano a chi è sommerso di procedure: il dott. Ferruccio ad Avezzano ed il dott. Billi a L’Aquila. Se a questa eventualità si fosse posta attenzione qualche anno fa (cioè quando l’ipotesi della soppressione dei tribunali non provinciali si faceva concreta anche dopo la prima proroga per il terremoto) forse staremmo in una fase matura per propugnare la fusione del tribunale di Sulmona con quello di Avezzano, di modo che le cause civili di Avezzano e di Sulmona si sarebbero trattate tutte in Valle Peligna e quelle penali, o fallimentari nella Marsica. Sulmona guadagnava oltre duemila iscrizioni civili l’anno (cioè più del doppio delle attuali novecento) e perdeva 700 o 800 iscrizioni penali e qualche decina di fallimenti. E l’aspetto interessante era che proprio i professionisti della Marsica, ad incominciare dagli avvocati, ma per proseguire con i commercialisti, erano d’accordo, pur di conservare un tribunale congiunto.

Non avevamo la presunzione di possedere la sfera magica nell’analisi di quello che sarebbe successo, ma certamente eravamo vaccinati dalle scempiaggini alla Pezzopane, che, tra un talk show e l’altro nel quale parlava di posizioni particolari, articolò l’ipotesi del “tribunale di montagna”: Sulmona si sarebbe valsa delle sue credenziali di punto sbilanciato e perso tra le montagne (l’idea forse le veniva dall’osservazione dell’Aquila). Una declassificazione che solo un’aquilana poteva propinare per Sulmona, magari consigliata da qualche stratega che si improvvisò conoscitore del territorio del centro-Abruzzo e non ne conosceva neppure le caratteristiche salienti, cioè il sistema viario che ancora lo fa invidiare da altri, ben più svantaggiati territori: due autostrade per raggiungere L’Aquila anche da chi soffre il mal di auto e non può fare le svolte di Popoli; una superstrada per giungere fino all’Alto Sangro anche in pieno inverno, fino a lambire Ateleta, da dove si sarebbe dovuto muovere il testimone chiamato in udienza fino a L’Aquila e sempre indicato come caso emblematico nelle lamentazioni assembleari (saranno stati in tutto dieci in dieci anni i testimoni di Ateleta che hanno testimoniato al tribunale di Sulmona e sarebbero stati altri dieci nei dieci anni successivi a doversi trasferire da Ateleta a L’Aquila). Senza pensare, poi, all’imbarazzo di sostenere cause davanti alla Corte di Cassazione (nella foto del titolo e in quella in apertura dell’articolo), dove il relatore avrebbe esordito: “Con sentenza del tribunale di montagna di Sulmona…” e a quel punto i pur volenterosi componenti del collegio di Piazza Cavour si sarebbero fatta un’idea.

Da vice-presidente del CSM, Giovanni Legnini borbottò una ipotesi di riunione di Sulmona ed Avezzano e di Lanciano a Vasto; in modo sibillino, come fanno tutti gli uomini di partito quando ricoprono cariche istituzionali. E lo face più che altro per far dimenticare agli allocchi che lo avevano votato affinchè diventasse senatore, che da senatore votò la legge di soppressione anche dei tribunali d’Abruzzo, senza ipotesi di accorpamento che mormorava da vice-presidente.

Dunque, senza stancarci di riproporre la storia quale essa è stata, prendiamo atto che Sulmona un tribunale non lo regge e prendiamocela con chi ha ridotto questo territorio (al contrario della Marsica) in una discarica a cielo aperto e di chi ha fatto la politica per arricchirsi senza pensare agli effetti, sul territorio, delle camarille e dei tradimenti. Questa presa di coscienza, peraltro, ha lunghi tempi e presuppone una unità di intenti che non hanno, né vogliono avere, le persone in attesa di posti di lavoro a buon mercato per i figli che non muovono il culo per guadagnarsi da vivere all’estero. Dunque, chi ha soppresso il tribunale e chi ha ridotto questo territorio a discarica, con il silenzio… strategico di strateghi di bassa lega, sarà votato anche alle prossime elezioni e comunque il tribunale non si salverà per una battaglia politica, visti i tempi.

Se, da cittadini e da professionisti, un tentativo vogliamo farlo, occorre dare un segnale concreto nell’interesse anche della piccola società che ruota su una istituzione basilare come un tribunale. Fino a quando un tribunale ci sarà, deve operare in piena efficienza: deve avere un suo presidente tutti i giorni, perché non è giusto che per garantire la funzionalità di L’Aquila ed Avezzano si azzeri quella di Sulmona e la società sia messa in condizione di sperare in un anticipo della soppressione. In tale contesto, l’astensione degli avvocati penalisti, proclamata nella settimana dal 2 dicembre per una vertenza nazionale, si presenta, alla maniera di tutte le altre che seguiranno, come un importante assist. Infatti, libererà giudici e Ministero dall’assillo delle udienze, come già avveniva per il mese di astensione effettuato nel maggio 1995 all’indomani della introduzione della riforma del processo civile: i giudici si stropicciavano le mani pensando al riposo che si sarebbero concesso.

Se c’è una tattica la più sbagliata che i legali possono perseguire è proprio lo “sciopero”, che penalizza le loro tasche, ma soprattutto dà tregua alla febbre dell’agonia alla quale (lo dicono gli ermellini quando inaugurano l’anno giudiziario, non lo diciamo noi) è costretta la amministrazione della Giustizia. Allora si dovrebbe proclamare uno sciopero al contrario: tenere le udienze e farlo gratuitamente, nel senso che per tutte le cause che si svolgessero interamente nel periodo della protesta (dall’inizio alla fine) gli avvocati non pretenderebbero corrispettivo alcuno. Si tratterebbe di dimostrare che se i processi non si celebrano è perché il Ministero non è in grado di celebrarli; la prescrizione correrebbe comunque, al contrario di quanto accade per l’astensione degli avvocati. Questo darebbe contezza del livello di contrasto che professionisti determinati intendono portare al declino del tribunale come appare disegnato in questa fase; e darebbe l’idea dell’alto contenuto della rivendicazione, al di sopra delle lamentazioni e del conteggio dei chilometri da Ateleta a L’Aquila e ritorno.

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