ANDATECI PIANO A CHIAMARE LA GENTE “TERRONA”

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9 FEBBRAIO 2015 – Antonio Ciancarelli è stato anche preside del Liceo scientifico “Fermi”; ma aveva molte poliedricità, una delle quali il giornalismo, perché per qualche tempo fu corrispondente dal Sulmona del “Messaggero”. In una serata al Rotary, di quelle un po’ più adatte alle conversazioni non formali, quando non ci sono grandi conferenzieri che attraggono l’attenzione, ci confessò di essersi molto raffreddato con il suo giornale quando fu veramente incalzato perché si parlasse, sempre e con ogni particolare più scabroso, dell’eclatante omicidio della signora Pia Caroselli (nelle foto in alto e in basso), nata e vissuta a Sulmona fino a quando non sposò un conte del Nord; implacabile vendicatrice di se stessa contro il proprio amante.

Mi chiamavano anche di notte” ci disse il prof. Ciancarelli quando seppe che ci avviavamo, a quindici anni, alla professione giornalistica. “Non erano mai soddisfatti dei retroscena che riuscivamo a proporre, già di per se stessi molto più ampi e pruriginosi di quelli che poteva riferire la nostra concorrenza. Insomma, vidi che continuare a fare il corrispondente non era per me”. Non dubitammo di quella confessione: un po’ per l’ambiente e l’atmosfera di quella serata, ma molto per la persona dalla quale veniva. Non aveva mire di affermazione giornalistica perché l’attività di cronista era collaterale a quella dell’impegno politico nella Democrazia Cristiana, ne era un po’ il completamento. Non versava nessuna passione, né rimpianto in questo suo consuntivo: solo un po’ di sgomento per come si organizzava quella che oggi Umberto Eco descrive come la macchina del fango nel suo ultimo libro. Ci sentivamo abbastanza protetti per il fatto di scrivere per “Il Tempo” e non per “Il Messaggero” che all’epoca veniva definito il giornale delle serve (non condividevamo), o, negli anni successivi, da Ugo La Malfa “Il Messaggero delle idiozie” (non condividevamo) e da Enrico Mattei “Il mao-messaggero” (condividevamo).

Se fosse vissuto un po’ di più, Antonio Ciancarelli si sarebbe dovuto ricredere: non perché non avesse ragione nel suo disgustarsi, ma perché il peggio doveva ancora venire. Per esempio, una settimana fa, quando la Rai ha parlato delle varie elezioni dei presidenti della Repubblica e ad ognuna ha accoppiato un grande avvenimento di cronaca nera. All’elezione di Luigi Einaudi è rispuntata la storia della signora sulmonese che il 15 settembre 1948 aveva freddato l’uomo con il quale aveva avuto una relazione. Era bastato un colpo per ucciderlo; l’arma si era poi inceppata e non aveva consentito alla contessa di uccidersi. Avrà anche avuto il suo diritto all’oblio la signora Pia Caroselli e questa rispolverata del fatto di sangue che scosse l’Italia è stata solo l’ultima, perché regolarmente, ad intervalli di tre o quattro anni, non c’è giornale nazional-popolare che non dedichi un servizio speciale a quella notte tragica, in genere per riempire le pagine d’estate e sistematicamente sbagliando genere e caso perché l’omicidio viene sempre presentato nella galleria dei “Gialli di sempre”, quando di misterioso non c’è proprio niente. Trattata male dal suo amante, Pia Caroselli gli sparò. Semmai tre furono gli ingredienti (ma nessuno di essi aveva un baffo di mistero)  che resero più unica che rara la vicenda: la precisione del colpo, l’inceppamento dell’arma e… l’appellativo dell’altezzosa vittima verso la contessa: “Sei sempre una terrona”.

Brutto affare questo rivolgersi così ad uno del Sud per mortificarlo. Eppure, neanche sotto questo profilo il gesto della contessa è servito a qualcosa, visto che, come riferiamo in altro articolo, oltre cinquant’anni dopo finanche un presidente del tribunale di Verona si compiacque di chiamare così uno dei due coniugi che con il comando della legge dovevano presentarsi davanti a lui (e non già perché fosse bello o intelligente o interessante; e questa constatazione manda sempre in puzza i giudici che pensano che le persone cerchino di loro come fanno con gli avvocati).

C’è una fantasiosa pagina di Marcello Veneziani su questo vizio nordico di rivolgersi ai meridionali con quell’epiteto:

“Forza Etna forza Vesuvio. Vi piaceva sfottere i terroni e augurare loro di venire fritti dalla lava del vulcano negli striscioni sugli spalti padani e nelle invettive contro i meridionali. Un giorno forse vi pentirete amaramente. Stanno studiando sul serio la possibilità di ricavare direttamente dal nostro sottosuolo i due terzi del nostro fabbisogno energetico per l’intero paese; e non per i giacimenti di petrolio e gas metano che ci sono in Basilicata, ma per i vulcani. In particolare l’Etna e il Vesuvio, che sono ancora in servizio, potrebbero coprire quel fabbisogno. Il costo dell’opera sarebbe inferiore a quello previsto per costruire il ponte di Messina e dopo tre anni già ammortizzerebbero i costi. Non tenterò di spiegare come è tecnicamente possibile (tra gli effetti benefici vi sarebbe un’iperproduzione di acqua calda come un enorme scaldabagno); rischierei di sputtanare il progetto dicendo qualche grossolana fesseria. Accontentatevi di sapere che, come si dice a Roma, se po’ fa. Abbiamo nei pressi di Napoli e Catania due centrali aperte direttamente da Nostro Signore, due immense caldaie mitologiche dove un tempo c’era l’officina degli dei. Laddove si forgiavano le arme per Achille e i semidei, laddove Empedocle misteriosamente cadde, rapito da chissà quale attrazione. La civiltà nacque dalla scintilla che Prometeo rubò agli dei; dal fuoco principia tutto, spiegava Eraclito, che lo identifica col Logos. A questo punto chiudete gli occhi e immaginate. Il motore d’Italia diventa il Sud, e che Sud… La Campania e la Sicilia, più le isole vulcaniche delle Eolie e il petrolio Lucano. Proprio dov’era l’epicentro della criminalità, delle disfunzioni, della disoccupazione, della miseria e del disagio sociale, si capovolge la scala. Gli ultimi saranno i primi. Si realizza il sogno siculo-napoletano di Federico II, il Sud saraceno, normanno e svevo, ma anche borbonico, assume il ruolo di locomotiva d’Italia e d’Europa. Il babà e la cassata diventano simboli del riscatto nazionale. Il benessere di nordisti trainato dalle due regioni più colorite d’Italia, laddove il folclore e l’emigrazione hanno generato una fama mondiale. Euforia siculo-partenopea, Napoli prende il posto di Milano, Catania di Torino. Emigrati piemontesi e lombardi partono con i trolley di cartone e cercano lavoro ai piedi dell’Etna e del Vesuvio. L’America è qui, a due passi da Mondello. Trionfa la mente lavica e sulfurea di Pirandello (…) Lasciamo i dubbi agli scienziati e riprendiamo a sognare che il riscatto del Sud venga da quei bracieri naturali che sembrano anticamere dell’inferno e invece sono  cunicoli per il paradiso. Il Sud si salverà col suo fuoco ardente o è l’ennesima variante del fatalismo sudista: aspettare doni da Dio, dagli inferi e dalla natura? A Sud la realtà può cambiare partendo dal mito” (M. VENEZIANI, Ritorno al Sud; Mondadori, 2014, pag. 175).

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