COLAPIETRA CITA OVIDIO RICEVENDO LA “MINERVA”

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22 GENNAIO 2012 – Si è richiamato alle “Metamorfosi” di Ovidio e ne ha citato un verso (“Et ostendit signum fatale Minervae”) Raffaele Colapietra (nella foto del titolo) che ha ricevuto ieri l’onorificenza dell’Ordine della Minerva dal Rettore della Università d’Annunzio, Franco Cuccurullo: ora anche l’accademia gli ha riconosciuto di essere tra coloro che hanno significativamente contribuito al progresso della scienza, della tecnica e dell’economia. Colapietra è nato a L’Aquila nel 1931 ed ha insegnato Storia contemporanea nell’Università  di Messina e in quella di Salerno.

Un saggio tra i più rilevanti di Raffaele Colapietra è quello inserito nella ponderosa “Storia del Mezzogiorno” (Editalia) dal titolo “Abruzzo citeriore – Abruzzo ulteriore – Molise”. Prende l’avvìo proprio dalla analisi della evoluzione, per vari aspetti vulcanica, della società abruzzese del Duecento, nella quale colloca “il potenziamento programmatico e sistematico di Sulmona, già autonomamente irrobustitasi in età tardo-normanna con l’inizio del movimento immigratorio e la valorizzazione dell’antica via Minucia attraverso l’altipiano delle Cinquemiglia, al fine di mantenere libere ed efficienti le ora più che mai indispensabili comunicazioni tra il Nord e il Sud della penisola; potenziamento che culmina, nel corso degli anni Trenta del Duecento, con l’istituzione della grande fiera “Curiale”, l’arrivo da Todi dei primi mercanti umbri, l’impostazione del nuovo borgo di S. Agata e  S. Maria della Tomba”.

La “fedelissima” Sulmona

“Fedelissima” definisce l’autore Sulmona verso Manfredi e, quindi, la dinastia sveva. In 266 pagine, delle quali ben 74 di note e riferimenti bibliografici, il saggio (che costituisce da solo oltre la metà del sesto volume della “Storia”) esamina prima di tutto i molteplici contrasti, anche latamente giudiziari, per l’amministrazione delle molte risorse economiche nell’epoca che si apriva allo scambio e al commercio : “Nel frattempo a Sulmona fu istituita nel maggio 1315 la seconda fiera, da tenersi in ottobre nello spiazzo di S. Panfilo nel vano tentativo di vitalizzare la zona dopo il completamento della chiesa di S. Agostino, e proseguirono con le comunità limitrofe i conflitti per il controllo delle acque e dei pascoli, che sottolineavano una sorta di riconversione agraria dell’economia  cittadina dopo gli splendori  imprenditoriale dell’epoca  sveva e sostanzialmente di tutto il Duecento.

La fondazione dell’Annunziata

Nel marzo 1320, infine, viene fondata l’Annunziata, col consenso del vescovo Andrea Capograssi, patrizio salernitano un cui congiunto, Giacomo, sarà nel 1324 capitano della città, e la cui famiglia si stabilirà in Sulmona con spiccatissimi interessi armentari. Il grande complesso assistenziale di gusto fiorentino, affidato agli Ospedalieri di S. Giovanni, che, come sappiamo, i Celestini avevano espulso dalla conca peligna, attraversa vicende che si intrecceranno con molto lustro a quelle cittadine e intanto, già sotto il profilo meramente urbanistico, si disloca con ambizioni artistiche subito ragguardevoli a controllo dell’ampia zona urbana dell’antico nucleo romano, posto tra S. Francesco e S. Agostino, che ora rischia di subordinarsi  all’espansione costante dei borghi medievali ed orientali.

Riprendendo da testi fondamentali, come “Memorie storiche degli uomini illustri” del Di Pietro, Colapietra riferisce anche di una Sulmona seicentesca oggetto di imprese militaresche o di sollevazioni popolari:

Le occupazioni militari

“A Sulmona la protesta degli artigiani e contadini, che s’indirizzo tra l’altro all’incendio non soltanto simbolico, e molto significativo, di “un palazzo assai nobile e riguardevole per la sontuosità delle fabbriche (che) era servito di abitazione ai regnanti aragonesi” si concentrò quasi nominativamente contro Vincenzo Mazara. Costui era dottor di leggi, assessore, uditore e fiscale in varie province e perciò  esponente assai espressivo del ceto burocratico-intellettuale la cui ampiezza d’intervento debordava nell’incetta commerciale e nell’assenteismo dei principi Borghese. Contro di lui si sollevò non a caso la feudalità tradizionale dei Di Sangro baroni di Bugnara che per breve tempo si impadronì militarmente della città”.

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