RACCONTO- LA SPERANZA DI PREZIOSA E IL VIAGGIO DI TARQUINIO

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26 DICEMBRE 2011 – Di antica famiglia, che si raccontava risalisse niente di meno che all’epoca dei Sanniti,  Preziosa  aveva conservato del passato  solo la nobiltà d’animo,  ma  non le ricchezze: infatti  coltivava un pezzetto di terra alla Camosciara e lavorava sodo tutta la giornata per procurarsi  da mangiare e da vivere. Un pomeriggio, oramai in pieno autunno,  le si avvicinò Tarquinio il pastore. Era venuta a salutarla, perché l’indomani sarebbe partito per la Puglia con le pecore. Preziosa ebbe una stretta al cuore  perché solo il pensiero della  sua lontananza per tutta l’invernata la faceva stare male. Anche Tarquinio  era triste, ma sapeva che non c’erano alternative. E adesso poi che gli anziani del paese avevano deciso di  abbandonare Rocca Intramonti per  andare a stare presso il Monastero di S.Angelo in Valleregia, lui temeva  che, nel futuro, tutto  sarebbe cambiato e magari, l’anno seguente, a  S. Pietro e S. Paolo, quando lui sarebbe stato  di ritorno con le pecore, non avrebbe più trovato  posto  né nel cuore di Preziosa, né nel nuovo paese, che si andava a costruire nei pressi del Monastero.

Preziosa tentò di rassicurarlo: per lei non poteva cambiare niente, e poi avrebbe custodito lei stessa un pascolo per  le pecore di Tarquinio, magari  proprio in quel  posto,  là dove una sera d’inverno, avevano fatto una passeggiata mentre nevicava fitto fitto,  e avevano visto insieme un cervo che ballava sulla neve.  Intenerito, Tarquinio strinse a sé Preziosa  e le ricordò del gioco che facevano da ragazzi, in cui  lei  fingeva di essere  una principessa safina e lui il figlio di Tarquinio Prisco, il quinto dei sette re di Roma, mandato  in incognita nelle montagne d’Abruzzo per capire come  combattere il popolo dei Safini. Ma il giovane principe romano, arrivato con intenti ostili, tornò a Roma con tutt’altro animo. Aveva conosciuto infatti una donna Safina che, orgogliosa e fiera come era, non aveva in nessun modo voluto cedere all’amore che pur provava per lui, restando fedele alle tradizioni del proprio popolo, ostile agli stranieri. Tuttavia tale era l’amore di Tarquinio  per la donna Safina e di  questa per lui, che….

Ma Preziosa e Tarquinio di tacito accordo, non avevano mai voluto finire il racconto per avere il piacere di lasciare spazio a tutte le  utopie possibili.

Qualche mese dopo, l’antica comunità di Rocca Intramonti, oramai stabilmente trasferita presso il Monastero di S. Angelo in Valleregia, aveva  ripreso le proprie abitudini di sempre: gli anziani si incontravano nella piazza del paese e, seduti sulla panchina,  passavano lunghe ore  a parlare. Gli uomini in età di lavoro si adoperavano per assicurare al Monastero quanto fosse necessario fra disboscamento, coltivazioni della terra, attività artigianali, allevamento delle pecore. I bambini alternavano, all’aiuto nei campi, i giochi nelle strade acciottolate. Le donne  organizzavano le  proprie giornate fra i lavori domestici,  l’andare alla fontana per prendere l’acqua, , il tempo al lavatoio e la tessitura dei vestiti.  Per le più giovani ogni occasione d’incontrarsi diventava un motivo di allegria e si sentivano fin da lontano  ridere insieme e cantare a squarciagola: “Pecché, pecché st’amore mè pe te, me fa tante suffrì, me fa quasce ammattì? Pecchè pecchè? Ma chi le po’ sapè? Lu munne accuscì va! E’ meje a ‘nce penzà”.

Le più anziane quando s’incontravano si salutavano con “Eh! Che ci vvu fa! Mah!”, tuttavia tenevano saldamente le redini della vita del paese. Le ore, le feste, le nascite e i funerali  erano scandite dalla campana del paese, che  a quell’epoca era arroccato attorno alla chiesa,  mentre a valle  c’erano “ le prata” con le stalle e, sulla riva del fiume, il mulino, la gualchiera e il lavatoio.

Passava il tempo e Preziosa continuava a  pensare  a Tarquinio, quando qualcuno le comunicò che Tarquinio  non  lavorava più in Puglia, ma era partito per andare lontano e aveva lasciato le pecore,  e se ne era andato per far l’artigiano. Nell’apprendere la notizia, Preziosa  sentì proprio un mancamento perché  si era immaginata che, al  ritorno di Tarquinio,  sarebbero stati  nuovamente insieme e questa volta magari per sempre: infatti  al Monastero c’era  bisogno di aiuto per  tagliare gli alberi,  seminare, coltivare la terra…

Nessuno le disse però che un giorno Tarquinio era partito dalla Puglia a cavallo per andare  da lei e chiederle se volesse sposarlo, ma poi, giunto a Villetta, avendo trovato che era morta la moglie di un suo familiare, sapendo che c’erano dei figli piccoli, che necessitavano di cure materne, spinse il suo familiare a chiedere a Preziosa di far loro da madre. E, senza  avere avuto la forza di rivedere neppure per un attimo  la sua amata, era partito per sempre.

Trascorse diverso tempo e di Tarquinio non si ebbero  più notizie e Preziosa, anche  se non lo aveva dimenticato, acconsentì a sposarsi.  Ebbe una vita così piena di cose da fare e di problemi da risolvere  che, in un tempo che le sembrò straordinariamente breve, arrivò alla soglia dei sessanta anni. Ma nonostante gli anni, il da fare e la lontananza di Tarquinio, che non aveva più dato sue notizie, non mancava anno che Preziosa non lavorasse al campicello che  aveva  gelosamente custodito per Tarquinio. Con gli anni vi aveva piantato degli alberi di lecine,  di amarene,  di mele cotogne, poi un albero che faceva delle noci grosse grosse e anche un maggiociondolo: aveva lasciato però uno spazio al centro del campicello nel caso in cui Tarquinio, al suo ritorno,  volesse costruirsi una casetta, ma…  di Tarquinio nemmeno l’ombra!

Finché un giorno Preziosa sentì suonare le campane a lutto e venne a sapere che Tarquinio era morto in un paese lontano. Andò allora nel campicello che aveva inutilmente conservato per accogliere Tarquinio e, proprio al centro, dove avrebbe desiderato ci fosse la sua casa, iniziò a scavare, a scavare. Molte persone le chiedevano perché lo facesse, e Preziosa non sapeva che cosa rispondere, sapeva solo che era giusto fare così.  Per giorni, per mesi, per anni, Preziosa continuò a scavare,  finché un giorno sentì che la sua vanga  aveva urtato con qualcosa di  duro e scoprì che, sotto la terra, si nascondevano le basi di  un antichissimo  tempio dedicato a Cerere, la dea della fecondità.  Quando i ruderi del tempio furono disseppelliti,  comparvero, davanti  agli occhi attoniti di Preziosa, numerose statuette  ex voto di ringraziamento alla divinità, dalla forma di piedi, di mani, di cuori. Un cuore, fra questi, portava accanto alla scritta latina “grato animo”  due nomi su cui, Preziosa lesse con trepidante  emozione il nome  di Tarquinio Prisco e di Safina  e la data del  VI a.C.  Ebbe così  la certezza che,  almeno  quel sogno, che lei e Tarquinio  avevano per tanto tempo condiviso, si era davvero  realizzato.

Mariapia Graziani

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