27 NOVEMBRE 2011 – Andavano a scuola senza saperlo (nella foto del titolo una esibizione a Piazza di Siena a Roma nel 1972).
Per loro era come frequentare un gruppo di amici, fare una decina di gite l’anno, talvolta anche all’estero, suonare, cantare, mangiare una pizza insieme, mettere a soqquadro un albergo, rimarcare i tormentoni sul pullman dopo aver preso di mira qualcuno, a turno. Insomma, quello che si fa una volta in tutto il quinquennio nelle scuole medie superiori, all’ultimo anno e prima della maturità, il “Coro polifonico sulmonese” lo scodellava a ritmo incalzante per quei ragazzi di Sulmona che, ancora negli anni Settanta, si accontentavano di percorrere le scale musicali e delle fisime del Sessantotto non avevano né fastidio, né fascino: solo un temporaneo distacco, che durava almeno il tempo delle prove e delle gite.
Eppure il “Coro” era una scuola, con tanto di riconoscimento del Ministero, quindi anche con qualche sovvenzione. Mai intervento dello Stato fu speso meglio. Il concetto del “campus” americano poteva apparire preistoria, rispetto a quello che la scuola del Maestro Franco Potenza dimostrava di poter fare per pretendere da ognuno il meglio, sia quanto a disciplina che per applicazione. Mai una sospensione, mai una nota in condotta. Al “maestro” e a Don Arduino Di Matteo non era necessario neppure fare un urlo oppure convocare i genitori. Al “Coro” si andava quasi per premio, come in una accademia selezionata si andava per evitare di fare il servizio militare nella truppa.
Era facile essere genitori agli inizi degli anni Settanta a Sulmona: tutt’al più si dovevano accompagnare i figli al pullman e finivano i pensieri per il fine settimana e talvolta per la settimana intera. Effetti di una personalità forte e autorevole, prima che autoritaria, di Franco Potenza? Effetti di una educazione ricevuta in quelle stesse famiglie e poi mandata in trasferta a Lugano, in Germania, al Nord come al Sud dell’Italia, corazzata contro ogni tipo di trasgressione autodistruttiva? Per capirlo occorrerebbe che qualche analista bravo interroghi, anche oggi, quei ragazzi entusiasti, sicuri di se stessi, come può essere sicuro e sfrontato chi va scoprendo mese dopo mese che la propria voce è bella, che ad educarla seguendo Potenza si può anche valorizzarla. In molti tra loro avranno pensato a quella parentesi quando hanno visto il film “L’attimo fuggente”: tutti erano coinvolti e si imbattevano in Palestrina, Pergolesi & Co. come si poteva incontrare un amico per il Corso e costituire un club dei poeti romantici o rinascimentali.
Anche per questo il “Coro polifonico” era una scuola: ma così lieve e così avvincente che nessuno se ne accorgeva. Eppure di certo i caratteri degli autori di quelle musiche e i contenuti di quelle auliche cantate saranno ancora impressi fra i coristi che avranno quasi tutti superato la sessantina e torneranno loro in mente di tanto in tanto: ed è questa la controprova che la cultura va fatta prima di tutto senza costrizioni.
Sì, non è facile: ma basta cercare i maestri bravi.
Franco Potenza, per esempio.






