RIFORME DELLA GIUSTIZIA, PER ORA POSSONO BASTARE

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1 OTTOBRE 2011 – Qualcuno prende il coraggio a due mani e dice che forse le eccessive riforme nel settore della Giustizia (nella foto una udienza penale del tribunale di Sulmona, con il giudice avv. Concetta Buccini e il cancelliere Monti) hanno peggiorato il quadro complessivo: invece di velocizzare il processo, lo hanno reso più scivoloso, in alcuni casi anche più lento. E’ il giudice Ciro Riviezzo che al convegno su “Giustizia ed economia” nell’aula consiliare della provincia di Chieti rappresenta uno dei Tribunali a rischio in Abruzzo: quello di Lanciano che, insieme a Sulmona,  Avezzano, Vasto e Chieti quasi sicuramente sarà soppresso tra dodici mesi (se non si svolgeranno nel frattempo nuove elezioni).

Altre analisi si sono succedute, compresa quella del vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Michele Vietti. Ma tutti gli interventi sono stati permeati da una impostazione prettamente teorica, in base alla quale occorre raggiungere la “specializzazione del giudice” e la “prevedibilità” delle decisioni (sul punto, in particolare, ha insistito Tenaglia). Il primo obiettivo, ormai è assodato, è solo una chimera, tali e tanti sono i casi che i giudici debbono decidere nelle varie discipline del diritto. Si deve escludere che l’organizzazione giudiziaria possa consentire un accorpamento delle cause in modo che un giudice oppure un collegio “specializzato” emetta sentenze a ritmo più  sostenuto di quanto sia altrimenti permesso. Si è rincorsa questa chimera con la legge dell’equo canone del 1978, per esempio, e, sotto altri aspetti, con l’eliminazione delle preture nel 1999; oppure con la costituzione di sezioni specializzate agrarie. Gli unici risultati discreti hanno riguardato le controversie di lavoro subordinato, che peraltro è stato sempre considerato un diritto “speciale”.

Tra l’altro, la previsione di un obbligo per i magistrati di non occupare per più di dieci anni lo stesso ufficio è andata in direzione sostanzialmente opposta, essendo chiaro che ciascun giudice, pur di non lasciare il luogo di residenza, preferisce dedicarsi a tutt’altra materia. Il che è anche comprensibile.

Il problema più grave per l’attuale assetto giudiziario nazionale deriva proprio dalla esigenza di risparmiare, prioritaria rispetto a quella della funzionalità. E, quindi, si ha buon gioco nell’affermare che i costi dovuti al decentramento debbono essere eliminati. Ma le statistiche si formano in prospettiva falsata: si sostiene che si “risparmieranno” centinaia di giudici, ma non si spiega che le cause che tali giudici adesso trattano negli uffici decentrati dovranno pur essere trattate da altri giudici negli uffici accorpati.

Si giunge anche ad evocare (come è stato fatto nel convegno di Chieti)  i benefici della “depenalizzazione”, ma non si riconosce che il cammino del diritto penale è stato sempre verso la  previsione di nuove ipotesi di reato: nel settore informatico, in quello del credito, in quello della prevenzione degli infortuni, in quello della privacy e della tutela dalle molestie. Per questo, per dieci reati che si depenalizzano, altri venti vengono “istituiti”, onde, comunque, l’alleggerimento non sarà una meta da mettere in conto. Oltre tutto, la tanto celebrata depenalizzazione non è la migliore delle strade, posto che nessuno di noi preferisce essere giudicato da un prefetto piuttosto che da un giudice. Fosse anche per la più blanda delle sanzioni amministrative, l’italiano si fida solo dei giudici (e il sostanziale fallimento della “media-conciliazione” lo sta dimostrando).

Altro “rumor” che si sente spesso nei convegni per le riforme della Giustizia (e puntualmente si è sentito anche a Chieti) è l’affermazione che la lentezza dell’ordinamento dipende dalla “pletora” di avvocati. Ora, è sicuro che gli avvocati sono tanti e sono cresciuti del 100% negli ultimi venti anni, unica categoria professionale (Calamandrei diceva negli anni Venti che gli avvocati erano troppi…). Ma se viviamo in una società dai mille torti quotidiani, si può risolvere il problema giudiziario eliminando coloro che la gente chiama per tutelarsi? Se i gestori della telefonia tengono staccata una utenza per un mese (per il passaggio da un gestore all’altro), chi stilerà una richiesta d’urgenza ? Un medico?

E se gli autovelox consentono ai Comuni di incassare indebitamente milioni di euro all’anno, chi dovrà ricorrere al giudice in modo professionale (e non semplicemente “rimettendosi alla clemenza”)?

L’ultima pretesa (che fu pure di Andreotti…) è quella di eliminare un grado di giudizio per… accelerare il processo. A parte il fatto che già per molte ipotesi attualmente il rimedio è consentito solo dal ricorso per cassazione, saltando l’appello), se un obbrobrio  è quello di abbreviare i tempi di prescrizione (come hanno sostenuto vari politici), togliere un passaggio per rimeditare su una decisione è peggio che “far fermare il treno prima che arrivi alla stazione” (metafora usata da vari magistrati per la prescrizione).

Quindi, sostanzialmente, dopo circa venti anni di riforme alla cieca, sarebbe il caso di fermarsi per altri venti anni. Se non altro, per impedire il caos incontrollato.

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