IL MARATONETA ININTERROTTO E IL SUO FILOSOFO

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Come Nicola Auciello vede l’atleta solitario della strada napoleonica

Sessantacinque anni almeno su quelle spalle larghe, il viso scavato e cotto da molti soli, due mani robuste e assai vivaci, uomo riservato, un po’ diffidente con chi non gli è familiare, ma – dicono – di buona pasta.(…) Tempo brutto o sereno, estate o inverno, contano meno di poco: ogni santo giorno lo vede scivolare al trotto sulla salita e sulla discesa, la via del suo giro di sempre. Trenta o trentacinque chilometri di fila, forse qualcuno di più; maratoneta immancabile, solo come un monaco in estasi  al sicuro sotto il cielo nel suo eremo d’asfalto. Capita a molti di incontrarlo, ma lui non li vede nemmeno quando passano alla guida di auto veloci. Sta lì con l’andirivieni delle sue gambe come un’immobile certezza, pari quasi a quella di una cima di montagna senza nome che lo osserva sul tornante all’uscita della valle. In tanti anni (tanti) che passo su quella strada, solo qualche tormenta bianca lo ha vinto.

Per poco però. Spazzata la via, eccolo sbucare di nuovo come una talpa nel suo sentierino di lato, ad un palmo dal muro di neve (…) Ammiro in silenzio l’inutile ostinazione di quella testa e la fedeltà di quelle gambe che battono il loro tempo e anche – perché no? – quella non voluta indifferenza a tante occhiatine ammiccanti. (…) Un essere misto, più che interessante solo per questo, un artista clandestino forse. Di quel genere non dichiarato che si presta facilmente ad essere inteso male. Un pittore, ecco:  il quale se ne sta lì ogni giorno a dipingere sempre lo stesso quadro, dove si vede lui stesso nel mentre dipinge quel quadro – Magritte moltiplicato per migliaia di specchi. Si ripete e mostra con candore di ripetersi e non conosce altra felicità (come potrebbe durare altrimenti?) che quella della ripetizione. La celebra, la santifica con la propria ascesi quotidiana, sacerdote senza parametri ma intimo col proprio Dio, umile profeta in un  tempo che non ne conosce altri. Filologo senza scienza, ma con intuito davvero ammirevole delle storie di ogni tempo. Conosce – deve conoscere – il sapore di quella felicità, visto che come minimo ignora stanchezza e noia.

Eppure non saprebbe parlarne, suppongo; né sono sicuro che, potendolo, vorrebbe farlo (gli artisti, si sa, sono un po’ scontrosi; non gradiscono le visite della curiosità) (…) Un pittore? Forse direi meglio un mimo, artista prezioso di gesti silenziosi e misurati, asciutti e ben riusciti. Un essere interamente gestuale, rappresentazione vivente che se ne va distillando in buon ordine un’unica immagine per tutti, tra vapori di fiati in pressione e sudori che filano sulla pelle. Ecco lì in mostra, on the road, i nostri giorni, il disegno sottile che li contiene e li annoda, la bassa felicità di cui ci contentiamo – senza saperlo, senza volerlo –  e che nessun lume di coscienza riesce a ledere con i suoi ricordi. Sia reso onore a questo cantore inascoltato di vicende comuni, troppo tortuose per farsi riconoscere e stupire e dare istruzione.

(Nicola Auciello, Questo e quello, Albatros, Roma, 2009, pagg. 289/291)

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