ATOMISMO E CONTINUO DIVENIRE NELLE OPERE DI UN POETA E DI UNA SCIENZIATA DELL’ANTICHITA’

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Ipazia sulle orme di Ovidio

31 MAGGIO 2010 – Sorprendenti scoperte di affinità con un personaggio cult del cinema e dell’editoria. Di un caso letterario esploso con alcune edizioni del 2009 e del 2010 è protagonista una scienziata egiziana vissuta ad Alessandria, dove, oltre che coltivare la sua scuola (frequentata anche dal vescovo Sinesio) si prodigò per salvare quel che rimaneva della favolosa biblioteca dopo la distruzione da parte dei romani e prima di quella da parte di fanatici religiosi.

Il suo più appassionato (e innamorato) allievo le legge un passo di Democrito, cioè del suo principale maestro: “Il cosmo è un palcoscenico e la vita è un passaggio sulla scena di questo palco: entri, guardi ed esci”. La giovane Ipazia, seguace dell’atomismo, questa volta non condivide lo scienziato che la ispira: “Con tutto il rispetto che nutro per Democrito, che considero il mio principale maestro, io metto in discussione questa sequenza. Entri…guardi… ma bisogna vedere “come” guardi quando hai l’occasione di entrare nel palcoscenico della vita: “come” ! Proviamo a ben guardare: potremmo trovare il modo d’una trasformazione, ora, qui, in questa esistenza… e non doverne uscire”.

Trasformarsi per sopravvivere; prendere l’essenza dell’atomo per cambiare la forma, ma non la sostanza. Non per niente, tra i testi della bibliografia di questo interessante “Ipazia” di Adriano Petta e Antonino Colavito, stampato due mesi fa, ci sono anche le “Metamorfosi” di Ovidio, ispirate peraltro ad un principio non scientifico e meno che meno rivolte a sostenere un sovvertimento dell’ordine morale e religioso (non ce n’era bisogno, nel tempo degli dei pagani). La riscoperta di Ipazia, figlia di Teone, vissuta tra la fine del IV secolo e l’inizio del V, è passata anche attraverso una riduzione cinematografica che è un po’ una proposizione caotica e sfilacciata dei grandi temi della esistenza e della immortalità, delle eresie e delle onestà. La vicenda terrena di Ipazia è, invece, considerata nella letteratura come l’avventura, immane e insostenibile, dello scempio delle biblioteche: di quella alessandrina, la immensa raccolta di papiri di una Capitale del Mediterraneo, due volte distrutta perché non si avesse memoria degli studi precedenti, visto che ogni tiranno vuole azzerare le conoscenze per imporne di nuove. Ma anche, per i contenuti che sono inseriti in questo romanzo di agevole, seppur dotta, lettura, di tutte le biblioteche che nella storia sono state incendiate per esigenze di censura brutale.

Metamorfosi: parola di per sé eretica, che molto costò anche ad Ovidio, per quell’atteggiamento storico che celava il contrasto con l’imposizione del Principe: se si considerava la potenza di Roma come il risultato di una trasformazione, si dovevano ammettere alla dignità di cause della formazione dell’Impero anche i contributi delle civiltà precedenti, in particolare di quella greca, ma anche della temibile avversaria egiziana, di quella fenicia, con un risultato disastroso per l’immagine del figlio di Venere, venuto come uomo nuovo.

Rompere con il passato e considerarlo un inutile retaggio: l’aspirazione di tutta la “gens nova”, cui un intellettuale della statura di Ovidio non poteva concedere il suo appoggio. Fino a lasciarsi considerare un eretico; non già in nome dell’atomo, ma per fiere rivendicazioni delle radici letterarie della propria civiltà, per quel sentirsi un “unicum” con i giganti delle idee e della cultura e, forse, anche per sperare di lasciare una traccia non dissolvibile nella scia della storia.

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