CARENZA ASSOLUTA DI ORIGINALITA’ E DI RISPETTO PER LA SPIRITUALITA’ DEL SULMONESE NELLE “CREAZIONI ARTISTICHE” DI FINE BIMILLENARIO
22 GENNAIO 2018 – Se c’è un aspetto del quale si è sentita la totale carenza nelle stringatissime celebrazioni del bimillenario ovidiano, certamente è stata la originalità: non si può dire che del 2017 rimanga un segno di una riflessione artistica, di una creazione che scaturisse dal contesto nel quale Ovidio è visto ed elaborato dagli uomini che si parlano al cellulare, per esempio, o che si collegano tramite internet alle biblioteche più grandi del mondo, tutte assolutamente dotate delle opere del poeta. L’ultima proposta, anch’essa legata alla promozione commerciale di un supermercato, è il travisamento della statua, ancora quella, ancora in Piazza XX Settembre, con una imitazione (tra l’altro: di pessimo livello artistico) di Arcimboldo che ovviamente contiene due bulbi di aglio (perché è questo prodotto che, essendo peligno come il Vate, può essere con lui promosso nelle vendite secondo un ragionamento gretto) e qualche altro vegetale, ma che in primo piano sistema un bel pezzo di manzo, per suscitare appetito a buon mercato o per vivificare il senso istintuale dell’uomo che (lo canta Branduardi) ritrova le sue ancestrali tendenze passando davanti ad una macelleria (nel brano “Il malandrino”). L’allestimento trasforma addirittura un braccio di Ovidio in un pezzo di rossa e intensa carne, come se Ovidio non avesse scritto, nell’ultimo dei libri delle “Metamorfosi”, una elevata e finissima lode dei vegetariani, in termini che, nella Roma dai gusti diciamo un po’ sanguigni nelle arene e nelle scalate sociali, sono di grandissima spiritualità perché ravvisano in quella carne i segni di una complessa e incontaminata completezza della natura, al punto che, riprendendo da Pitagora, il Sulmonese si chiede se sia consentito cibarsi della carne che ospita uno spirito in continua elevazione. Verrebbe da mandare al mittente questa proposta che, guarda caso, è spedita sui residui del bimillenario dallo stesso venditore che si rese fautore, con “Fabbricacultura”, della apposizione della corona d’aglio sulla testa della statua. E occorrerebbe aggiungere un biglietto che riprende proprio quei versi: “Astenetevi, o mortali, dal contaminarvi il corpo con empie pietanze” e più avanti : “Con la carne placano la fame le bestie, ma neppure tutte: il cavallo, le greggi e gli armenti vivono d’erba” e un chiaro interrogativo che va allo spirito: “E solo uccidendo un altro potrai placare lo sfinimento di un ventre vorace e vizioso?”.
Oppure, se proprio bisogna disturbare Ovidio per piegarlo ad oggetto pubblicitario e pretendere di fargli lanciare un messaggio opposto alla sua spiritualità e al suo modo di essere, basterebbe apporre questi esametri tradotti davanti al bancone della macelleria del supermercato. Altrimenti è meglio lasciarlo alla sua ritrovata solitudine dopo il Bimillenario del travisamento: una solitudine che lo accompagna a milioni di persone in tutto il mondo, quelle stesse che lo celebrano in silenzio aprendo un libro delle “Metamorfosi” o una delle tante suggestive e non truculente opere che nell’ “estro” del primo rigo delle “mutate forme” riconoscono il tratto più immortale dell’uomo.






