SPUNTI DEI BIMILLENARI CHE SE NE VANNO: LA SAGGEZZA DI OVIDIO E IL MITO DELL’ETERNA GIOVINEZZA
18 MARZO 2018 – Nella società che annoverava tra le migliori fortune quella della giovinezza, il mito di Medea (nella immagine del titolo: Charles-Antoine Coypel, Giasone e Medea, olio su tela, Berlino, Castello di Charlottenburg) doveva essere tra i più celebrati e in questo si giustifica la grande attenzione di Publio Ovidio Nasone per la donna più potente tra tutte le altre donne: colei che ridà giovinezza a Esone, suo suocero perché padre di Giasone. Ma ancora una volta nella poesia di Ovidio non leggiamo solo la descrizione della fortuna di una donna-mito, quanto la sua trasformazione e inevitabilmente la sua discesa negli inferi, perché Medea, pur detentrice di una potenza quasi sconfinata che ha saputo coltivare da ragazzina attraverso filtri ed erbe magiche, non riuscirà a interrompere quello che è definito un “degrado morale” che la porta a compiere il peggiore dei crimini uccidendo i suoi figli dopo aver realizzato il più sublime dei miracoli, avendo dato nuova vita e giovinezza a Esone senza nulla togliere alla giovinezza di Giasone.
Dunque è vittima del male che è diffuso nel mondo e che la trasforma, come tanti altri personaggi delle Metamorfosi, sebbene per lei non saranno le sembianze fisiche a tracciare compiutamente il passaggio dal sommo luogo del bene e del beneficiare gli altri gratuitamente all’abisso del male e del distruggere gli altri senza raggiungere un minimo miglioramento per le proprie angosce (su questo processo di degradazione morale ha molto scritto Moreau, Le mythe de Jason et Medee. Le va-nu-pied et la sorciere, Paris 1994).
Anche su Medea, costretta a fuggire in ogni parte del mondo per non subire la vendetta suscitata dai suoi misfatti, si accende la luce della introspezione psicologica di Ovidio: su di lei come su quasi tutto le donne della poesia del Sulmonese, al punto da portarlo a riflettere anche sulla vicinanza dei luoghi della sua relegazione a quelli dell’ultimo approdo della maga al termine delle sue continue fughe (una delle quali forse anche nella Marsica, come annota Servio; v. Da Medea ai serpari passando per Ovidio alla ricerca dell’eterna giovinezza, nella sezione OVIDIO di questo sito).
Ed è significativa espressione della saggezza del Sulmonese non rincorrere il mito della eterna giovinezza, evocata attraverso artifici magici. Egli avrebbe goduto della “bianca vecchiezza” se fosse rimasto a Roma o se avesse potuto coltivare “il podere paterno che ora è senza il suo padrone” e “abitare la mia piccola casa con i vecchi Penati” nel momento nel quale le sue tempie “sono simili alle piume del cigno”; quando “arrivano gli anni fragili e l’età meno attiva e già, divenuto malfermo, reggermi mi è faticoso”. Non chiede di tornare giovane, ma solo di “godere gli ozi che sempre piacquero al mio animo e abbandonarmi dolcemente agli studi che mi dilettano”. Lo scrive nei “Tristia” (IV, 8) dove considera che: “Ora era il tempo in cui, posto fine ai travagli, dovevo vivere senza che mi angustiasse nessuna paura” dallo sguardo prospettivo della sua terza età “dopo aver vissuti dieci lustri senza macchia di sorta” e senza sconti regalati dalla magia.
Nella immagine del titolo: Charles-Antoine Coypel, Giasone e Medea, olio su tela, Berlino, Castello di Charlottenburg






