“ACCOGLIERO’ NELLE REGIONI DEL CIELO QUESTO MIO FIGLIO CHE HA VINTO I MALI DELLA TERRA”

994

Ercole lotta con il toro

SORPRENDENTI ANALOGIE DEL TESTO OVIDIANO CON IL MESSAGGIO CRISTIANO

31 OTTOBRE 2018 – Si parlerà oggi di Ercole, mitico personaggio del quale hanno scritto e parlato in molti. Ma si parlerà dell’Ercole di Ovidio, quello che caratterizza una parte fondamentale delle Metamorfosi e che ben potrebbe servire ad inquadrarle come una vera anticipazione dei concetti ripresi dal cristianesimo dei primordi. Quando Ercole, esecutore acritico e per questo ben considerato, degli ordini degli dei, va incontro alla sua fine per un tentato sortilegio di una donna gelosa, che lo fa avvolgere nel magico e malefico tessuto di Nesso, sente dilaniarsi le sue formidabili membra e si dà fuoco, Giove lo accoglie come il suo figlio prediletto, cioè come colui che ha sostanza di uomo (e che sostanza… quella che gli aveva consentito di vincere le fiere più indomite), ma anche lo spirito del Padre. E un particolare che si coglie in Ovidio può aiutare a capire quella componente delle Metamorfosi (e ovviamente della religione pagana) dalla quale si è distaccata la grande tematica della natura umana che assurge a entità divina: “Questa parte, come avrà ultimato la sua vicenda terrena, io la accoglierò nelle regioni del cielo”. Se non sapessimo che a scrivere questo verso, solo quattro anni più tardi della nascita di Gesù Cristo, è stato un fine poeta della corte imperiale, potremmo pensare che appartenga ad un poema cristiano, potremmo pensare che a parlare sia il Virgilio di Dante Alighieri.

Il Padre si compiace del figlio che sale al cielo dal fuoco divoratore. E’ un Giove che parla affettuosamente, nel nono libro delle Metamorfosi: “(…) mi congratulo con me stesso per esser chiamato signore e padre di una stirpe riconoscente e perché vedo che la mia progenie può contare anche sul vostro affetto. Egli se l’è guadagnato da sé, con le sue gesta immani, ma io ve ne sono grato ugualmente”. Giove parla agli altri dei e dà un messaggio che sembra quello della speranza cristiana: “I vostri petti fedeli, comunque, non tremino di vana paura, e non curatevi di queste fiamme! Colui che tutto ha vinto vincerà i fuochi che vedete, e non sentirà la potenza di Vulcano che per la parte tratta dalla madre. Ciò che egli ha tratto da me, è eterno e immune e non conosce morte e non c’è fiamma che possa distruggerlo”.

E’ un Ercole, quello di Ovidio, diverso dal personaggio che superficialmente altri poeti hanno cantato, in buona parte (anzi forse esclusivamente) per sottolinearne le gesta al limite del fenomeno circense e, come diremmo oggi, costellato di effetti speciali cinematografici. C’è una missione di Ercole sulla terra; e c’è una assunzione di Ercole al mondo del Padre, con il premio finale perché il Padre si compiace del figlio, pur se sottomesso sulla terra dalle forze terrene che ne dilaniano il fisico possente. Libera la parte tratta dallo spirito e tornata (o mantenutasi) spirito per consacrarla e farne diventare un dio.

Può tutto questo significare che Ovidio abbia percepito quanto si era maturato nella Roma al vertice di un impero attraversato da una nuova spiritualità? Può questo importante particolare delle Metamorfosi, racchiuso in pochi esametri, collegarsi a quello che Vintilia Horia scrive nel suo “Dio è nato in esilio”, profonda autobiografia del vate sulmonese scritta quasi duemila anni dopo la sua nascita?

Chissà: ma sarebbe un bel modo di celebrare il bimillenario della morte, rimasto vuoto contenitore. Degno di essere riempito con una rivelazione nuova, o forse soltanto con una lettura più attenta.

Please follow and like us: